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Articoli

Prima l'uomo, poi il paziente

Manifestazione delle differenze sessuali

Il complesso di femminile evirazione

Disoccupazione e salute mentale

Particolarità delle variabili nel processo
“ciclico” della disoccupazione

Il Laboratorio di Scrittura all’interno
di una Comunità Terapeutica

Atteggiamenti del giovane verso il lavoro

Caratteristiche dei “disagi”
della disoccupazione

Il significato del “disoccupato”, oggi

Identikit del tifoso Romanista e Laziale

Freud II° Saggio sulla sessualità:
la sessualità infantile

La fine di una storia nell'era di Internet

Il bambino e le parolacce

L'importanze delle fiabe
per la crescita del bambino

 

 

 

Prima l'uomo, poi il paziente

Articolo pubblicato sul “Corriere del Cittadino” nel febbraio 2008

La salute mentale ha fatto in questi ultimi anni dei grossi passi avanti, ma non ancora sufficienti per ritenersi soddisfatti.
Da quando è entrata in vigore la legge Basaglia, gradualmente e con molte difficoltà, molti aspetti della psichiatria si sono modificati, ma non si è ancora raggiunto un approccio unitario e condiviso su dei punti, secondo il mio parere, fondamentali.
Oggi si tende a dare una grossa ipervalutazione a delle singole caratteristiche del nostro cervello, ai geni, ai neurotrasmettitori  e via di seguito. Cercando di dare una spiegazione semplicistica alle cause di una data patologia mentale, si pensa che, individuando un singolo elemento, si possa raggiungere una soluzione generale del problema.
Questa corsa alla soluzione facile e rapida ha portato i professionisti del settore ad intraprendere  molte volte delle strade parallele ma separate, che fanno fatica a congiungersi e a interagire.
Tutto questo ha avuto, come conseguenza, la frammentazione degli interventi sul paziente, dove invece occorrerebbe, ora più che mai, un intervento unitario  e condiviso.
Si pensa che un farmaco salvifico possa curare ogni male, o che il ritorno dell’elettroshock  possa riparare la sofferenza di un cervello malato.
Tutto questo ci porta lontani dalla complessità  di ogni patologia mentale, dove ogni individuo che ne soffre, porta delle particolarità e peculiarità tutte sue e dove, appunto, seguendo la complessità della malattia, è necessario rispondere con un altrettanto complesso intervento, che non si limiti a colpire solo un determinato aspetto, ma la globalità del mondo del paziente.
Questo vuol dire prendersi carico anche del suo ambiente familiare, del suo tempo libero, delle cose più futili e apparentemente poco significative della sua vita.
Ignorare tutto questo, interagendo solo con dei neuroni, porterà inevitabilmente su una strada sterile e che rischia apparentemente di funzionare solo per un breve lasso di tempo, per poi ritornare drammaticamente al punto di partenza.
Quindi, bisognerebbe riunire e fare dialogare costantemente gli aspetti “diciamo” organici, costituzionali, di predisposizione, che ognuno di noi possiede, e la loro interazione con l’ambiente in cui un individuo nasce e si sviluppa.
Focalizzandoci su questo binomio, si potrà avere una immagine globale e realistica della persona che si vuole curare.  La mia esperienza in comunità terapeutiche e in  case famiglia, mi ha fatto capire come sia fondamentale affrontare in profondità questi due aspetti, che oggi in molti casi si tende a vedere separati.
Seguire il paziente, nell’aspetto farmacologico, psicoterapeutico, sostenere la sua famiglia, accompagnarlo verso una socializzazione lenta e graduale, dovrebbe essere il compito di ogni azione terapeutica e riabilitativa.
Oggi, il rischio concreto è quello di sconfessare tutto quello che coraggiosamente Basaglia aveva portato avanti; sono già visibili, in alcune regioni più di altre, i risultati di tale percorso a ritroso.
I fondi sono sempre meno, e distribuiti non equamente; si sono finanziate molte cliniche private, o pseudocomuità con anche quaranta pazienti in carico, dove il malato viene seguito dal punto prettamente di vista farmacologico,  affidato prevalentemente  a personale paramedico, che non possiede le caratteristiche e le competenze, e molte volte nemmeno la volontà, per portare avanti un programma riabilitativo e terapeutico.
Vengono così a formarsi dei grandi contenitori, dove i pazienti sono “posteggiati” anche per diversi mesi, e qualche volta anche per anni, allontanandoli ancora di più dalla società e da un mondo autentico e reale, creando delle strutture che in piccolo ci ricordano purtroppo  i vecchi manicomi.
Si potrebbe investire meglio, puntando sulla diagnosi precoce, finanziando delle autentiche comunità terapeutiche, case famiglia, centri diurni, insomma luoghi dove il paziente ha modo di sperimentare tante sfaccettature di se stesso, di confrontarsi con gli altri e con la società, costruendosi  lentamente una vita migliore.
Ci dovremmo chiedere che importanza e significato dare alla salute mentale, quanto lo Stato e la società tutta, siano disposti ad affrontare efficacemente questo problema, senza scorciatoie, facilonerie e ipocrisie, che purtroppo molte volte hanno fatto da cornice a questo campo.

Dott. Alessandro Delia


Manifestazioni delle differenze sessuali (inizio pagina)

L’Invidia nei due sessi
Secondo Melanie Klein il desiderio nella profondità della mente dei bambini piccoli è diretto verso qualcosa che loro non possiedono, verso alcune parti del corpo o delle funzioni che non avranno mai.
Le bambine invidiano ai bambini il pene e l’utilizzo che essi ne possono fare: come ad esempio dirigendo l’urina, inserirlo dentro le donne, procurare loro dei figli ecc.
Invidiano agli uomini la “potenza” maschile che si manifesta in vari contesti, come ad  esempio nella forza fisica e nelle capacità intellettuali.
Queste donne che invidiano gli uomini tendono a ricercare e a godere di ogni situazione dove loro dimostrano di fare le stesse cose degli uomini, questo per loro significa non essere prive di qualsiasi organo o funzione propria degli uomini.
L’autrice ipotizza che la capacità d’iniziativa e di azione dell’uomo che da molta importanza sulla fiducia in se stessi,  sia molto invidiata dalle donne, continuando dicendo che gli uomini complessivamente sono più fiduciosi delle donne.
Secondo la Klein questo deriva al fatto che l’organo sessuale maschile è esterno, e quindi l’uomo può osservare e vedere il suo funzionamento, le donne invece possono ottenere meno direttamente una rassicurazione di questo tipo.
La donna deve aspettare parecchi anni prima di poter testare le proprie capacità sessuali, devono attendere che l’uomo faccia la sua parte, che nasca un bambino.
I bambini tendoni ad invidiare invece le bambine, e in particolar modo le donne, le loro madri,  per il seno e per il latte, e soprattutto per la misteriosa risorsa e capacita che appartiene hai corpi femminili di generare bambini  senza nutrimento e senza l’aiuto degli uomini.
Il desiderio degli uomini nei riguardi delle funzioni femminili si può riscontrare negli scrittori e nei pittori che sentono di generare i loro lavori nello stesso modo in cui una donna  partorisce il proprio figlio dopo una lunga gestazione, infatti tutti gli artisti tendono a lavorare con la loro parte femminile della loro personalità.
Comunque si può veder come l’invidia maschile per le donne non è meno profondo o comune di quella delle donne per gli uomini, è molto meno riconosciuta e capita, questo avviene perché ad esempio l’invidia del bambino piccolo per il seno e per il latte materno può essere compensata da un organo speciale che lui possiede, il pene.
Il bambino constata che le bambine  non hanno il pene, e potrebbe utilizzare questa cosa per nascondere e controbilanciare il suo desiderio di  avere un corpo che crea e nutre i bambini.
La Klein rileva che la forte invidia dell’uomo nei confronti della donna, rimane nascosta nella vita immaginativa e nella fantasia maschile.

Dott. Alessandro Delia


Il complesso di femminile evirazione (inizio pagina )

Tramite l’osservazione diretta della bambine si può constare come esse in un certo stadio del loro sviluppo si sentano svantaggiate nei confronti dei bambini, questo avviene nel momento in cui le bambine si scoprono di essere svantaggiate nei confronti dei bambini per colpa dell’inferiorità dei loro genitali esterni.
L’autore ha rilevato che molte sue pazienti adulte non si sono rassegnate a questo svantaggio, senza riuscire a  rimuoverlo o a sublimarlo.
Hanno sentito questa “mancanza” come una perdita secondaria, il genitale femminile viene visto come una ferita, cioè come la conseguenza e la traccia di un avvenuta evirazione. 
Quindi la donna non solo sente la mancanza del pene come una perdita secondaria, ma attua delle fantasie  attive e passive di mutilazione, che si riscontrano nel complesso maschile di evirazione.
Abraham riscontro in queste donne fantasie e formazioni sintomatiche nevrotiche, e a volte anche azioni e impulsi, che facevano dedurre una tendenza ostile nei confronti del sesso maschile.
La scoperta del genitale maschile rappresenta per la bambina una ferita al suo narcisismo.
Considerando che nel periodo del narcisismo il bambino e particolarmente attento su cosa possiede e considera con gelosia ciò che gli altri hanno, si può ben capire come subentri facilmente in questo fase dello sviluppo l’invidia.

Dott. Alessandro Delia


Disoccupazione e salute mentale (inizio pagina)

Essendo presente nel concetto di lavoro, non solo l’idea di occupazione, ma anche quella di identità individuale e sociale, si capisce facilmente come basti la perdita dell’occupazione a sconvolgere l’equilibrio psicologico di una persona. Il fatto che la maggior parte dei lavoratori dichiari di voler lavorare anche dopo il pensionamento, dimostra che quasi sempre gli effetti “benefici” dell’avere un lavoro superano quelli “negativi”: infatti, perdere il lavoro, corrispondendo non solo a un danno economico, ma anche ad una brusca diminuzione dell’autostima, porterà ad uno stato di grande sfiducia in se stessi e negli altri e a volte anche ad una vera e propria forma psicopatologica, anche se la maggior parte dei disoccupati non diventa certo malata di mente solo per la perdita di un lavoro.
Infatti, le ricerche confermano un deterioramento delle condizioni psichiche dopo la perdita del lavoro, ma, in alcuni disoccupati, anche un miglioramento di tali condizioni per la scomparsa degli aspetti negativi legati al lavoro. Molte ricerche hanno dimostrato la presenza di un forte legame temporale: i sintomi di disagio psichico si evidenziano di più dopo i primi mesi di disoccupazione. Per quanto riguarda il campo della patologia psichiatrica più grave, le prove non sono molto convincenti: infatti non è facile sapere se le persone ricoverate hanno perso il lavoro per il loro cattivo stato di salute mentale o se è stata la precarietà lavorativa ad influenzare la loro salute mentale.
La maggior parte degli studi longitudinali si è servita di uno strumento epidemiologico per misurare lo stato di salute mentale, il General  Health Questionare (GHQ), un questionario auto-somministrato che contiene da 12 a 60 items riguardanti le preoccupazioni, la perdita di sonno ecc.
Il punteggio fornisce la probabilità del soggetto di sviluppare una sintomatologia psichiatrica “minore”, non psicotica: con dodici domande e con un punteggio superiore a due punti la persona è ritenuta “caso positivo”. Nelle varie ricerche, la maggior parte dei disoccupati ha raggiunto un punteggio superiore al due e questo risultato si è visto anche tra i giovani in cerca di prima occupazione.
Tra i giovani disoccupati, si riscontrano spesso segni clinici più modesti, quali diminuzione dell’autostima e della fiducia in se stessi....... Bisogna però dire che quasi sempre i risultati di queste ricerche non sono stati standardizzati per classi sociali né per livello di educazione o cultura e per questo potrebbero essere poco attendibili. Una delle ricerche longitudinali più conosciute ed attendibili, che comprende anche un’indagine trasversale, è quella di Banks e da Jacksons tra un gruppo di giovani disoccupati. Il GHQ è stato somministrato a due gruppi di studenti, di cui il primo esaminato nell’anno in cui aveva lasciato la scuola; il secondo, formato da allievi, che ancora la frequentavano, è stato esaminato nell’anno successivo,  nel periodo in cui ancora frequentavano la scuola stessa; i gruppi sono stati seguiti per oltre un anno e mezzo.
I risultati standardizzati per sesso e per gruppo etnico di appartenenza hanno evidenziato punteggi del GHQ di gran lunga superiori (circa il doppio) tra ragazzi che non avevano trovato lavoro o ancora studiavano ed i più colpiti erano le femmine e gli uomini di colore. È interessante il fatto che i punteggi del GHQ  più alti si sono raggiunti sia tra chi aveva perduto un lavoro rispetto a chi era rimasto sempre disoccupato, sia tra chi stava per lasciare la scuola  e questo mostra che le tensioni emotive più gravi sono originate soprattutto dal cambiamento di stato occupazionale e non tanto dal perdurare del fatto; molto importante è stata anche la misurazione delle reazioni individuali prima del cambiamento cioè prima della fine dell’ultimo anno scolastico.
In questa ricerca, sono stati registrati gli effetti psicologici delle mogli dei disoccupati, con sintomi simili a quelli dei mariti. In molte ricerche si è anche studiato il rapporto tra alcune costanti biologiche e i disturbi psicosomatici: tra i giovani, la disoccupazione o la sola paura di perdere i il lavoro portano ad un tale stress emotivo da fare aumentare la morbilità per ulcera duodenale,  per asma e anche per aritmie cardiache. Quindi, in questi studi longitudinali si è evidenziato l’andamento non lineare degli effetti psicologici della disoccupazione, la cui evoluzione è legata al diverso periodo della registrazione.
Tale concetto, definito “modello di fase”, fa comprendere come il processo psicologico della reazione allo stress a causa della minaccia o dello stato di disoccupazione è influenzato dall’alternarsi delle diverse reazioni individuali. Un ultimo gruppo di ricerche è quello degli studi aggregati, dei quali i più noti, quelli di Brenner, non risolvono del tutto il problema di capire il legame tra sintomi psicopatologici e la disoccupazione.
La Jahoda ha cercato di colmare tali lacune seguendo il ragionamento contrario: definendo bene i benefici che il lavoro dà all’individuo come il valore sociale e il senso di identità, benefici che influiscono positivamente sull’equilibrio psichico, è facile vedere se questi sono i valori che mancano alla persona che perde il lavoro. Oltre ad un’intervista e a un diario individuale, è stato fatto compilare un GHQ ed i risultati hanno dimostrato uno stato psicopatologico chiaramente legato alla perdita degli indicatori di benessere elencati dalla Jahoda.
Bisogna pure ricordare il contributo di Warr, che elenca 9 elementi legati allo stato di malessere psichico del disoccupato, come la coscienza del progressivo immiserimento, il restringimento del mondo affettivo, la mancata “traction”, spinta emotiva che si riceve dall’attività, la minore capacità di prendere decisioni ed impegni, l’aumento delle esperienze che danno paura e umiliazione e per ultimo l’ansia per il futuro e l’impoverimento del proprio ruolo sociale. Tra i fattori individuali che producono il maggior peso di disagio psichico tra i disoccupati, risulta essere il valore non economico del lavoro; mentre tra gli occupati si è riscontrato un legame negativo tra l’attaccamento al valore non economico del proprio lavoro e la gravità di disturbi psichici, tra i disoccupati tale rapporto è positivo.
Si è notato un forte legame fra gli effetti psicopatologici della disoccupazione e l’età, e tale  associazione segue un andamento curvilineo: la somministrazione del GHQ ai disoccupati divisi per  classi di età ha riportato un massimo punteggio intorno ai quarant’anni e un minimo tra i più giovani e i più anziani. Seguendo queste persone per un certo tempo, i punteggi aumentano ancora, il che dimostra un peggioramento dello stato di salute mentale tra i disoccupati di età intermedia, mentre il fatto che questi stessi punteggi diminuiscono tra i più giovani  e i più anziani, vuol dire che aumenta sempre più la differenza. 
Questo fenomeno in gran parte è dovuto al fatto che giovani e anziani si sentano meno responsabili finanziariamente, dopo la perdita di un lavoro, dei lavoratori di mezza età. Molto importanza rivestono le relazioni sociali: perdendo il lavoro, la persona può raggiungere un certo benessere psichico in relazione all’allargarsi dei contatti sociali. Questi dati sono emersi anche da indagini di follow-up, dalle quali appare che il disagio aumenta per quei lavoratori che, già prima di perdere il lavoro, avevano limitato le loro relazioni sociali con una successiva crisi depressiva. Per quanto riguarda i reali valori della disoccupazione femminile, è più difficile definirne i caratteri per la diversa percezione che hanno le donne della perdita del lavoro: il loro disagio psichico risulta molto più pesante riguardo a quelle stesse donne che avevano scelto di non lavorare; mentre gli stati d’ansia e il livello di autostima sono  uguali a quelli di uomini disoccupati della stessa età . Per quanto riguarda gli effetti psicopatologici della disoccupazione negli operai rispetto agli impiegati, non ci sono molte ricerche, tranne l’indagine di Payne, in cui il gruppo sperimentale era formato da impiegati e operai, entrambi sposati e disoccupati da sei a undici mesi.
Anche se non si riscontrarono molte differenze tra i due gruppi, considerando che il benessere psichico è migliore tra le classi sociali più alte, è chiaro che la disoccupazione influisce maggiormente sull’equilibrio psichico degli impiegati, anche perché tale evento è più raro tra le classi più elevate.
Nello stesso tempo, non bisogna dimenticare che i lavoratori a basso reddito, con la perdita del lavoro, subiscono i danni economici maggiori. Per quanto riguarda la differenza degli effetti della disoccupazione, più dannosi su alcune persone che su altre, si dovrebbero ricercare i dati sulla personalità dei singoli lavoratori molto prima della perdita del lavoro e poche sono le ricerche a questo proposito.
Comunque, si sono riscontrate maggiori difficoltà psicologiche con la perdita del lavoro, in persone cresciute in clima instabile emotivamente. In alcuni studi longitudinali, la reazione psicologica alla disoccupazione è legata a uno stato di malattia fisica e psichica, presente qualche anno prima della disoccupazione. Secondo Warr esiste un “soglia di salute mentale” dalla cui stabilità dipende la risposta ai fatti stressanti.
Questo psicologo inglese ha evidenziato i legami tra i fattori ambientali e la salute mentale delle persone disoccupate, specificando nove aspetti come la possibilità di controllare la situazione, di utilizzare le proprie capacità gli obiettivi provenienti dall’esterno, le varie opportunità, la chiarezza delle condizioni ambientali, la disponibilità del denaro, le occasioni di contatti interpersonali, il valore sociale in relazione al lavoro ed ancora tante altre sub-componenti come la qualità di tali contatti.
Per quanto riguarda uno di questi aspetti, quali la chiarezza delle condizioni ambientali, dei due gruppi di disoccupati esaminati, il secondo, di cui facevano parte i disoccupati consci che la loro esclusione dal lavoro sarebbe durata poco, per la chiarezza maggiore riguardo alle sue condizioni future, reagiva alla disoccupazione in modo meno pesante. Si può quindi affermare che la disoccupazione produce evidenti e duraturi effetti psicopatologici, quali quelli depressivi, d’ansia, stress con forte diminuzione dell’autostima e che perdurando nel tempo tale disoccupazione, questi sintomi peggiorano per le persone di mezz’età, mentre per i più giovani e i più anziani dopo un po’, la situazione si normalizza. 
Ma bisogna sempre considerare l’esperienza individuale, legata al carattere della persona e al suo livello di attaccamento al lavoro; variabili altrettanto importanti sono alcuni fattori ambientali, l’età, il sesso e la classe sociale, senza mai dimenticare la necessità di studiare le strategie con cui l’individuo affronta l’evento stressante della disoccupazione, studio che può essere usato in  termini predittivi.

Dott. Delia Alessandro


Particolarità delle variabili nel processo
“ciclico” della disoccupazione (inizio pagina)

Varie ricerche  hanno preso in considerazioni un nutrito elenco di variabili, per spiegare le differenze per quanto riguarda le conseguenze della disoccupazione. Warr parla di 14 fattori tra cui: l’importanza che ogni soggetto attribuisce al lavoro; l’età, il sesso, la durata della disoccupazione; la classe sociale, il grado di privazione economica subìta, il grado di attività svolta, l’uso dei piani di assistenza, la presenza di un counselling personale, precedenti esperienze di disoccupazione, la disponibilità di un sostegno sociale e la vulnerabilità personale  allo stress.In quasi tutti i casi, l’età dei soggetti, più che come fattore cronologico, è considerata soprattutto in relazione ai risvolti sociali: i più giovani e le persone che hanno superato la mezza età, trovandosi in una fase della vita che dà maggiore risorse per affrontare meglio le conseguenze della perdita del lavoro, subiscono meno gli effetti negativi della disoccupazione. Ma il problema va visto non solo in relazione all’età, poiché il grado di soddisfazione generale per la propria esistenza appare più elevato tra quegli  individui che, nonostante l’età, lavorano ancora, rispetto a quelli che sono in pensione, mentre quelli che sono in  buone condizioni di salute e in condizioni economiche più elevate, si sentono più soddisfatti della persone costrette a lavorare.
Per quanto riguarda la variabile sesso, in generale una donna è meno pressata dall’avere un’occupazione “fuori casa” e ancora,  proprio il ruolo familiare da tempo stigmato, può diventare per lei una limitazione nelle interazioni sociali e nella possibilità di trovare maggiori risorse per rientrare in un mercato del lavoro, che spesso non  è disponibile all’occupazione femminile. A questo proposito, solo quando le disoccupate non erano sposate, si è riscontrato un minore benessere psicologico riguardo alle lavoratrici. Si è ancora riscontrato che le donne uscite dal mercato del lavoro, per diventare casalinghe, hanno mostrato minore disagio rispetto ai disoccupati, mentre lo stesso non è successo tra le “casalinghe forzate”. Si è ancora riscontrato che le donne sposate con mariti occupati sono tra le figure sociali meno colpite dagli effetti psicosociali negativi. Comunque, bisogna particolarmente considerare la perdita del lavoro in relazione all’identità delle persone, che portano uno loro storia individuale e specifiche risorse.
Mowen ha cercato di analizzare la ricerca del lavoro in relazione alla famiglia, in alcuni soggetti che, dopo un  periodo di disoccupazione, erano riusciti a trovare nuovamente lavoro; tale ricerca, che si pone nell’ambito della psicologia economica, ha soprattutto lo scopo di analizzare i fattori che determinano il salario minimo, che il soggetto è disposto ad accettare. A questo proposito, Mowen fa notare che la ricerca del lavoro non riguarda mai un singolo individuo ma si inserisce all’interno della famiglia. Infatti il livello del salario minimo accettabile dipende da vari fattori, quali la durata della disoccupazione, altre risorse ed entrate della famiglia, cambiamenti dell’occupazione di altri componenti della famiglia...
Si è notato che, a parità di durata del periodo di disoccupazione, le donne accetterebbero un  salario inferiore rispetto agli uomini, mentre, se c’è un altro membro della famiglia che trova lavoro o fa gli straordinari, aumenta il salario minimo accettabile da parte dei  maschi. Anche il fatto di avere familiari a carico comporta una richiesta inferiore per i maschi rispetto alle donne, come se i maschi, di minor valore per la produzione domestica vedono nei familiari a carico, uno stimolo maggiore a trovare lavoro, mentre le donne, con familiari a carico, elevano il salario minimo accettabile, per il tempo tolto ai lavori domestici.Rispetto alla durata della disoccupazione,  in molti studi sia comparativi che longitudinali, non si è dimostrato un chiaro legame tra peggioramento della salute mentale e durata della disoccupazione, perché questi studi a volte relativi solo ai soggetti di mezza età non sono generalizzabili. Per quanto riguarda la durata della disoccupazione, legata ad un disagio psicosociale, un fattore importante è stato soprattutto notato nelle minori risorse dei singoli soggetti, che per questo motivo hanno una minima possibilità di rientrare in modo soddisfacente tra gli occupati. Varie sono le fasi di reazioni alla perdita del lavoro: c’è negazione, rabbia, depressione e accettazione, anche se non c’è omogeneità tra i disoccupati, perché le concrete strategie comportamentali risultano dalla complicate interazioni di tre fattori, quali le caratteristiche dell’evento, quelle personali e quelle del contesto sociale.
Infatti, perdere il proprio lavoro dopo un licenziamento individuale o collettivo o anche in seguito a una previsione, comporta reazioni diverse. Sicuramente si può dire che, quasi per tutti, perdere il lavoro comporta una reazione emotiva, per cui è necessario ristrutturare una parte dei modelli di vita quotidiana, con un bisogno di riflessione sulla propria identità sociale.     È comunque difficile definire un modello per fasi, per un problema di ordine metodologico, poiché non è facile tradurre in pratica cioè operazionalizzare in  termini di ricerca le caratteristiche di ogni fase: infatti è difficile determinare con chiarezza quando un soggetto si trova nella fase dell’ottimismo e quando ne è uscito.
La teoria della fasi o della “transizione psicosociale”, termine coniato da Colin Murray Parkers (1971) afferma che nella vita sono presenti grandi cambiamenti, che influiscono sulle varie caratteristiche della personalità dell’individuo. Applicando questa teoria alla disoccupazione, Parkers ha ipotizzato che essa produce effetti a livello intrapsichico e relazionale, che portano ad una “transizione” sia dell’organizzazione che della aspettative della vita del disoccupato, con un ciclo di cambiamenti psicologici  personali e non, che portano a migliorare la capacità di adattamento in relazione al mutato contesto ambientale. Questo modello interpretativo evidenzia soprattutto comportamenti comuni alle diverse esperienze. Fra i modelli teorici più noti, è giusto ricordare quello di Hopson e di Adams  e l’altro di Harrison.
Nel primo modello, sono state evidenziate sette diverse fasi del ciclo dell’autostima: nella prima, l’immobilismo, la persona è “sopraffatta” dall’evento, incapace di ragionare serenamente; nella seconda, si cerca di minimizzare il nuovo evento come se niente fosse accaduto. Col tempo, però, di fronte alla realtà, il soggetto cade in depressione, sentendo, nella terza fase, un profondo sentimento diinutilità, dal quale si può passare alla quarta fase, cercando di razionalizzare sulla nuova situazione e di accettare la nuova realtà, riorganizzando la propria vita e, in una quinta fase, provando a convivere con questa nuova situazione psicologica. Questo cambiamento spinge ad una nuova identità, per cui in una sesta fase c’è la ricerca di un nuovo significato da dare agli avvenimenti della vita per accettare e interiorizzare, nell’ultima e settima fase, i nuovi punti di riferimento concettuale derivati dalla transizione psicosociale.
Questo modello, se tale può definirsi, è in parte limitato dalla mancanza di una certa sistematicità e anche dall’estrema variabilità delle risposte individuali. Maggiore sistematicità offre il lavoro di Harrison, che si differenzia da quello precedente nell’ultima fase, in cui, per Hopson e Adams si ha un rialzo notevole del livello di autostima dopo l’accettazione della nuova realtà, mentre nel modello di Harrison si può notare un sentimento di profondo fatalismo. Si può comunque notare che la disoccupazione di lunga durata influisce sugli effetti psicologici dell’individuo, seguendo una serie di fasi comuni, come la iniziale reazione traumatica, “fase di shock”, per risponderealla quale il disoccupato tenta     di negare l’esistenza dell’evento; poi c’è la fase di ottimismo, in cui la perdita del lavoro è vista come una liberazione, mentre nella terza fase, quella intermedia, molto debilitante, la graduale diminuzione del grado di autostima, causata dall’accettazione della nuova identità, porta all’esaurimento della capacità di reazione, con depressione e noia. Nella quarta fase terminale, caratterizzata dall’adattamento psicologico alla nuova realtà, l’ansia e le speranze della fase precedente portano adesso ad una specie di fatalismo ed inerzia, e la disoccupazione viene sentita come “maniera di vivere”. Come si è visto, la disoccupazione viene interpretata come un “evento”, che si situa quindi nel campo di tutti gli eventi, e anche come uno “stato”, che dà una caratteristica “esistenziale” come reazione emotiva all’evento stesso.
Però, la disoccupazione può essere intesa anche come minaccia, come quando in una fabbrica girano voci di una possibile disoccupazione e questo sospetto fa comportare i lavoratori come i veri disoccupati. In questa fase, definita “anticipatoria”, c’è speranza e disperazione come se la disoccupazione fosse già avvenuta e con reazioni simili a quelle degli stessi operai, per cui qualche mese più tardi la disoccupazione è diventata un fatto reale. Questi sentimenti di forte ansia e tensione fanno pure parte dello stato di disoccupazione e a tal riguardo ci può aiutare Fineman (1969) con un  modello psicosociale dello stress, applicato alla disoccupazione: lo stress visto come uno stato psicologico di risposta, con aspetti emotivamente negativi, proviene dal perdurare di un eccesso di tensione per l’insuccesso nel governare problemi legati ai vari aspetti dell’ambiente del soggetto. Per Fineman è importante distinguere stressori potenziali o non: uno stimolo ambientale diventa uno stressore (un fattore che provoca stress), se tale stimolo è sentito come un problema dal soggetto ed anche come altamente minacciante il self, diventando così uno stressore potenziale, perché può portare il soggetto a provare la condizione di stress se non riesce a dominare il problema. Pur essendo difficile generalizzare le fasi tipiche di reazione alla disoccupazione, si può parlare di un processo comune con tappe tipiche per tutti i soggetti.
Secondo l’ipotesi di Fineman, si può chiaramente pensare che la perdita del lavoro è un problema e anche una minaccia al self  ed una tale situazione problematica porta con sé tanti cambiamenti e richieste che si pensa in un primo tempo non ci siano nel soggetto molte possibilità di attivare delle strategie comportamentali per dominare il problema. In questo modo lo stressore da potenziale diventa effettivo ed identifica una nuova fase problematica . Comunque perdere il lavoro non è uno stressore potenziale per tutti, soprattutto se le strategie del soggetto riescono a dominare il problema con buone risorse personali; per questo si dovrebbe studiare in particolare la percezione dell’evento da parte del soggetto e l’utilizzo delle sue risorse personali.
Per ciò, più che parlare di fasi diacroniche, si deve parlare di processi di soluzione di problemi e di utilizzo di risorse. È rilevante il ruolo della classe sociale: nei soggetti di classe sociale più elevata, minori sono i disagi psicologici, per le maggiori risorse disponibili che possono permettere di conservare ugualmente alti livelli di attività. Tutto ciò compensa l’effetto negativo di un maggiore coinvolgimento personale nel lavoro fra gli appartenenti alle classi sociali più elevate, anche se si è riscontrato che questi ultimi diventano più difensivi e autocritici in relazione alla maggiore durata del periodo di disoccupazione. Uno degli effetti più gravi della disoccupazione quindi è lo stato di disagio che, per il suo drammatico rilievo sociale, entra a far parte sicuramente della situazione ”perdita del lavoro”.

Dott. Delia Alessandro


Il Laboratorio di Scrittura all’interno
di una Comunità Terapeutica (inizio pagina)

Il laboratorio di Scrittura nasce dall’idea di creare uno “spazio”  in cui si“raccontano” i propri vissuti partendo da argomenti semplici che facilitano l’emergere di contenuti difficilmente esprimibili su un piano verbale.
L’obbiettivo principale del Laboratorio di Scrittura è di “allentare” alcune difese dell’Io attraverso una modalità di espressione  che si attua su un piano diverso da quello verbale, permettendo cosi l’accesso a contenuti che sono difficilmente “manifestati” e “significati” in altro modo.
Il Laboratorio, quindi, si prefigge l’obbiettivo di “accompagnare”, gradualmente, il paziente ad aprirsi e a raccontare i suoi vissuti, unendo a ciò anche la curiosità e l’interesse per quelli altrui. 
Iniziamo questa lavoro con molti interrogativi e dubbi, non sappiamo ancora come i pazienti potranno reagire ad una attività nuova, dove lo strumento principale è la scrittura.
All’inizio pensiamo di strutturare un setting  abbastanza solido e rigido in modo da creare una sorta di “protezione” per il lavoro che ci prefissiamo: tutti dovrebbero una volta iniziato il laboratorio partecipare fino alla fine, chi non partecipa dall’inizio non può entrare successivamente in gruppo, si sta insieme seduti in cerchio, non si fuma.
Ci rendiamo subito conto gia dal primo incontro che tutto questo purtroppo non è possibile, la gravita di alcuni pazienti  gli impedisce di poter partecipare per tutto il tempo del laboratorio senza interruzioni o fughe,  alcuni di loro non riesco nemmeno a stare seduti per più di venti minuti.
Si istaura cosi un patto con alcuni pazienti, dove si da la possibilità di subentrare anche a laboratorio già iniziato, o di poter uscire dal gruppo per poi rientrare in seguito.
Tutto questo porta all’inizio di questa esperienza una certa confusione, a volte subentra come fattore di disturbo sul gruppo, però con il passare del tempo  gradualmente questo setting “flessibile” viene digerito dal gruppo e accettato.
I primi laboratori sono connotati da domande varie e da timori che i pazienti manifestato ognuno a suo modo: chi teme di lasciare su carta i propri vissuti che in seguito potrebbero essere letti o giudicati da qualcun’altro fuori dal gruppo, chi svolge il compito come una prova d’esame non pensando al contenuto emozionale ma solamente alla lunghezza dell’elaborato o  alla forma.
Tutto questo impedisce alla maggior parte dei componenti del gruppo di poter esprimere liberamente i propri vissuti, noi conduttori decidiamo di metterci in una posizione  di attesa, senza forzare troppo il gruppo sperando di trovare insieme una modalità meno traumatica e più naturale possibile,  cerchiamo di creare uno spazio sicuro e protetto dove il paziente possa sentirsi contenuto, accudito, accettato, ascoltato e compreso e non per ultimo  sostenuto.
Quasi tutti i pazienti residenti in comunità partecipano, nei primi incontri oltre le paure di cui abbiamo già parlato si vedono anche massicce operazioni di proiezione,  che il paziente utilizza per impedire il contatto con suo mondo interno, molti non riescono ad entrare in contatto con i propri elaborati  manifestando la difficoltà di poter riconoscere o differenziare alcune parti o emozioni della loro personalità.
Noi conduttori aiutiamo il paziente ad avere un confronto con i loro scritti,  utilizziamo soprattutto il gruppo che individua con più facilità del diretto interessato la costruzione del vissuto e riesce anche se in maniera limitata ad esprime e a volte a rispecchiarsi nel vissuto dell’altro.
Tutto questo con il passare del tempo porta ad una condivisione degli elaborati altrui, molti riescono a riconoscersi e  trovano parti comuni nei lavori degli altri pazienti, riuscendo con più facilità ad esprimere le proprie emozioni, in quanto comprendendo che non sono i soli ad affrontare una determinata angoscia o sofferenza si sentono capiti e soprattutto accettati. 
Questo lavoro di “risonanza” che  effettua il gruppo dimostra la presenza di un contatto emotivo di gruppo.
Questa risonanza tra i pazienti è la base del lavoro di gruppo, noi conduttori dobbiamo solamente favorirla, per esempio quando evidenziamo i legami o le somiglianze fra uno scritto o un modo di esprimersi fra un componente del gruppo e un altro.
La risonanza emotiva tra due o più partecipanti al laboratorio presenta sempre una elaborazione emotiva,  dove un componete del gruppo assume la situazione emotiva dell’altro, riuscendo a far elaborare a quest’ultimo un suo aspetto.
Come scrive Neri la risonanza ha una doppia funzione : “L’entrare in risonanza e il metabolizzare gli stati d’animo di un altro partecipante hanno sempre anche un valore di conoscenza di se stesso”.
Questo ci conduce all’effetto specchio di Foulkes dove un paziente vede una parte di se stesso, spesso rimossa, riflessa durante l’interazione con un altro membro del gruppo, riuscendo a percepire un modo di reagire degli altri simile al suo oppure in contrasto con il suo comportamento. Grazie ha questo riesce a conoscere se stesso tramite l’azione che esercita sugli altri e attraverso l’immagine che essi si fanno di lui.
Con il passare del tempo lo spazio del laboratorio comincia a vivere di vita propria, gli interventi di noi conduttori si limitano solamente con alcuni pazienti che hanno grossi problemi di chiusura e per questo non riescono ad esprimere o elaborare durante la lettura degli scritti i propri vissuti, un gruppo compatto di pazienti segue e soprattutto aspetta il giorno in cui viene svolta questa attività.
I pazienti  percepiscono una continuità temporale, facendo dei confronti e dei collegamenti fra un laboratorio ed un altro, “agganciandosi” e associando degli scritti propri o del gruppo che sono stai eseguiti in passato.
Col tempo si evidenzia come il laboratorio agisca nel cambiamento di vari aspetti legati al gruppo: i partecipanti riescono di più ad esporsi mettersi in gioco, i temi e le finalità del laboratorio si fanno sempre più chiari e precisi,  si attenuano i timori nei confronti dei conduttori, in quanto all’inizio nei nostri interventi il gruppo cercava sempre di percepire qualcosa (ad esempio approvazione o incitamento) invece ora in alcuni momenti si vede come il gruppo tenda quasi a dimenticarci, questo porta al gruppo di non interagire solo con il conduttore ma si tenta di porre le proprie emozioni, pensieri e dubbi, all’interno del campo del gruppo.
Si crea da tutto questo uno spazio comune dove i membri del laboratorio si sentono legati fra loro, ma anche separati e protetti, da varie cose che hanno in comune.
Tutto questo porta ad un sentimento di appartenenza, dove si differenzia bene cosa fa parte del gruppo e cosa no, dove l’interno del gruppo è vissuto come qualcosa di strutturato, l’esterno principalmente non strutturato.
Questi aspetti sono favoriti da alcuni elementi che si creano dentro il laboratorio: i pazienti sono seduti in cerchio  delimitando uno spazio, alcune emozioni e sensazioni di paura o di tensione  non sono più percepite come individuali ma vengono condivise col gruppo stesso, anche i pensieri e le emozioni si sentono più circolari in gruppo e quindi  offrono un maggiore spazio di elaborazione che in molti casi non può dare un lavoro individuale.
Secondo D.Anzieu il gruppo funge da involucro che tiene insieme gli individui, scrive: “Un involucro che racchiude i pensieri, le parole e le azioni, permette al gruppo di costituire uno spazio interno (che procura un sentimento di libertà e che garantisce il mantenimento degli scambi all’interno del gruppo) e una sua temporalità (che comprende un passato da cui il gruppo fa derivare la propria origine e un avvenire in cui progetta di perseguire le sue mete)”.
Questi cambiamenti portano una modificazione graduale d’intervento da parte di noi conduttori, i nostri interventi attivi e numerosi durante l’inizio del laboratorio diminuiscono gradualmente fino a lasciare sempre più spazio ed iniziativa ai pazienti.
Tutto questo ancora vive dei momenti di naturale regressione dove il gruppo a volte si mette in una posizione di passività e chiusura in cui ha bisogno di essere “stimolato”, questo comporta una riattivazione da parte nostra che però si limita a pochi e mirati interventi di sostegno.
Durante lo svolgimento del laboratorio ci sono stati nuovi inserimenti, il gruppo formato dai pazienti che ci stanno da più tempo riesce senza eccessive difficoltà ad integrare il nuovo arrivato, ma naturalmente questo avviene dopo un certo lasso temprale dove i pazienti che vivevano il laboratorio da  più tempo hanno attraversato della fasi di integrazione dei nuovi arrivati.
Infatti si è notato come un nuovo paziente viene vissuto dal gruppo come un elemento che si inserisce e si aggiunge in un tutto già definito e perfetto, costringendo i vecchi partecipanti ad un lavoro di ristrutturazione del gruppo nel suo insieme.
Quindi si può è potuto vedere come l’ingesso di un nuovo arrivato in gruppo già costituito rappresenti la distinzione tra interno ed esterno del gruppo rompendo la linea di confine che crea questa distinzione.
Il gruppo quindi si sforza di trasformare l‘ignoto e il non conosciuto,  personificato nel nuovo arrivato, in qualcosa di già esistente nel codice del gruppo, evidenziando come un nuovo paziente non è solamente assimilato dal gruppo, ma comunque costringe il gruppo ad una ristrutturazione completa.
In questo anno si sono potuti vedere dei movimenti e delle capacità che ogni paziente manifesta quasi esclusivamente all’interno di questo spazio.
In ogni paziente si è potuta notare una evoluzione all’interno di questa attività: i principali indici che hanno evidenziato i vari cambiamenti sono stai naturalmente gli elaborati. 
Questi hanno vissuto delle trasformazioni direttamente proporzionali con le modifiche e l’evoluzioni del gruppo di lavoro, si evidenziano le parti più vere e meno difese delle loro personalità.        
Il  paziente più prolisso, ad esempio, che tentava di “ubriacare” il gruppo con litri di parole vuote e distanti dal suo “vero Sé”,  con il passare del tempo mostra la sua fragilità e incapacità di accettare e integrare la sua parte più “cattiva”  e negativa,  ponendosi al gruppo con la sua parte più vicina alla sua autenticità, diminuendo di conseguenza la lunghezza dello scritto e dando maggiore attenzione più al contenuto che alla forma e allo stile, anche i suoi interventi durante la discussione erano in linea con gli scritti, ora sembrano aver perso la caratteristica di “esibizione” verso una platea o di sostituzione del conduttore, caratteristica questa che mostrava un attacco diretto di natura invidiosa, che mirava all’annullamento del conduttore per poter acquisire tramite questo un passaggio che va da una posizione sentita dal paziente come passiva ad una attiva e di controllo ossessivo di tutto il contesto,   si sono trasformati in pochi ma significativi e soprattutto pieni di parti vere della sua personalità.
Il paziente che invece ci proponeva frasi formali brevi e prive di ogni contenuto emozionale, si potrebbero definite parole “morte”, prive di vita, dove ogni aspetto vitale viene tenuto fissato su un’immobilità autistica che permette di affrontare il mondo mostrando non il suo vero volto ma solo una maschera di pietra, dove i processi di chiusura sono facilmente percepibili,   mostra dopo tanta fatica sprazzi del suo mondo interno, brevi momenti di creatività e soprattutto di luce  e di ricchezza di contenuti impensabili all’inizio, durante la discussione persistono ancora molte difficoltà nel poter approfondire e pensare i contenuti emersi nell’elaborato, il paziente in questione adotta una sorta di lotta silenziosa e apparentemente passiva fatta di silenzi  di ”non so” di “bo” che mirano ad uno stordimento e un addormentamento progressivo che colpisce per primo l’interlocutore diretto e gradualmente tutto il resto del gruppo, facendo sviluppare in noi conduttori  reazioni controtrasferali di rabbia e aggressività nei suoi confronti.
Sembra che tutto questo abbia come obbiettivo principale l’allontanamento o il distanziamento da ogni tipo di emozione, il paziente manifesta un “attacco al legame” dove si vede quanto odia le emozioni, che potrebbe equivalere ad odiare la vita stessa, quindi si può dire che il paziente attacca la coppia che si forma tramite il legame e attraverso a tutto ciò che la coppia da vita.
Questo meccanismo di attacco la legame si può chiaramente vedere non soltanto in questo paziente, ma anche in altri componenti del gruppo, in quanto la psiche del paziente ha un oggetto che si oppone all’esistenza di ogni tipo di legame e lo distrugge. Questi legami vanno dalle forme più primitive (come l’identificazione proiettiva) alle più evolute forme di comunicazione artistica e verbale.
Scrive Bion: “In questi condizioni mentali del genere l’emozione è odiata: essa è sentita come un qualcosa di troppo violento per poter essere contenuta nell’immatura psiche del paziente; ed è anche avvertita come un ponte che unisce oggetti e che farebbe perciò diventare reali degli oggetti non Sé…”
Il paziente che all’inizio del laboratorio sembra pervaso da processi di scissione continui dove ogni suo scritto è frammentato in varie parti difficilmente integrabili e collegabili fra loro, con il tempo riesce ad unificare e mostrare tutta la sua consapevolezza e maturità sul suo stare male,  propone elaborati sempre più connotati da un auto processo di sintesi delle sue parti scisse,  producendo scritti pieni di contenuti fondamentali per la conoscenza della sua storia e dei suoi vissuti, dimostrando una notevole capacità, buona parte incoscia,  di utilizzo della scrittura come strumento di espressione,  di  riflessione e di analisi.
Un altro paziente che all’inizio non riusciva ad esporre e ad esporsi nel e con il  gruppo, timoroso che ogni sua parola e intervento potesse essere male interpretato o usato in maniera persecutoria da tutti gli altri componenti, dove il dubbio ossessivo era presente in quasi tutti i periodi dei suoi scritti, causando non pochi conflitti nel paziente, con sforzi e piccoli passi  è riuscito ad avanzare insinuandosi all’interno del gruppo cercando e trovando uno spazio di confronto e discussione dove si cerca in tutti i modi di non giudicare ma di capire e formare un dialogo costruttivo, favorendo  un libero pensiero produttivo.
Il paziente che già dalla sua prima partecipazione mostrava una grossissima difficoltà di rimanere letteralmente fermo  e seduto per un tempo accettabile per lo svolgimento del laboratorio, con non pochi sforzi di disponibilità da parte nostra di comprendere e quindi accettare le sue difficoltà dello stare in gruppo, si è deciso di far  gestire autonomamente  il suo spazio di partecipazione compatibilmente con le sue problematiche, da quel momento il paziente partecipa con assiduità  contribuendo con i suoi scritti ad esprimere e far conoscere a tutti noi lati della sua personalità che vanno oltre i sintomi che in altri contesti lo limitano e lo chiudono forzatamente in un’immagine stereotipata, dando anche in molti casi  gli spunti di partenza per una discussione di  gruppo. 
Un altro paziente mostrava tutta la sua problematicità di stare in gruppo, sin dal suo primo incontro adottava vari meccanismi per “scaricare” la sua forte ansia: parlava di continuo e ad alta voce anche in momenti dove il silenzio era d’obbligo, come ad esempio durante lo svolgimento della parte scritta,  si intrometteva durante la discussione con frasi o argomenti totalmente fuori contesto e molte volte prive di un significato condivisibile o reale, queste caratteristiche sicuramente disturbanti e problematiche diminuivano e in molti casi scomparivano  nei suoi elaborati, dove anche se con una certa caoticità, caratteristica tipica di questo paziente,  riusciva a scrivere contenuti e vissuti importanti e significativi; il paziente stesso ci fece richiesta di poter partecipare solamente alla prima parte del laboratorio, cioè quella legata alla scrittura dell’elaborato, di leggere per primo e di andare via subito dopo.
Noi accettammo la sua proposta che sembrava connotare come il paziente nonostante le sue problematiche legate alla sua specifica patologia, fosse riuscito ad individuare autonomamente l’unica modalità possibile di partecipazione al laboratorio, dopo quel giorno il paziente partecipò diminuendo notevolmente i fattori di disturbo che per tanto tempo avevano caratterizzato la sua presenza nel gruppo. 
Nel gruppo ci sono verificati anche degli abbandoni, un paziente che all’esordio del laboratorio fu un principale protagonista, ormai da molti mesi non si riesce a  reinserilo, questa lunga assenza , presente anche in tutte le altre attività strutturate della Comunità,  soprattutto nel primo periodo ha fatto sentire al gruppo la mancanza di un componente che da subito è riuscito nella produzione di scritti che mostravano una profondità di contenuti, anche se alla unga si è costatato che quasi tutti vertevano verso la sua famiglia d’origine; il paziente in questione attualmente fa delle fugaci apparizioni a laboratorio già iniziato, dove chiede di sapere il tema oppure adotta varie tecniche di inserimento (richiesta di sigarette ecc.) apparentemente distanti da un suo interessamento manifesto, sembra non volere perdere o essere escluso da questo spazio,  mantenendo anche se in maniera bizzarra e parziale una forma di contatto.
All’interno del laboratorio si è istaurato un clima di fiducia che permette ai pazienti di mostrare parti della sua personalità difficilmente manifestabili in altri contesti, il gruppo con la sua adesione e condivisione permette di fungere da “rete” dove i contenuti emozionali possono essere sorretti, accolti e soprattutto compresi e non rigettati.
Tutto questo deve essere “metabolizzato” e digerito da tutti i componenti del gruppo,  l’inserimento di un nuovo paziente difatti mostra come questa integrazione di gruppo sia fondamentale per l’identità del gruppo stesso.
In quanto il nuovo arrivato non avendo ancora dentro e fuori di se creato o individuato quello spazio che lo rende capace di condividere la propria esperienza e di conseguenza quella degli altri, a causa di ciò non riesce a reggere il laboratorio per tutto il tempo della sua durata.
Adottando alcuni  tipi di fuga: può abbandonare il  gruppo prima della fine dell’attività,  alzandosi e andandosene, può “manomettere” il gruppo con continui interventi fuori contesto oppure può intervenire di continuo senza lasciare spazio agli altri componenti del gruppo, questo molte volte potrebbe essere visto come un attacco rivolto all’integrità del gruppo, generato da rabbia, invidia, controllo onnipotente o da altri meccanismi legati comunque all’ansia.
Tutte queste modalità naturalmente rilevano il modo in cui ogni paziente riesce a “gestire” il livello d’ansia che in certe situazioni, come questa, supera una certa soglia.
Quindi si è visto come il gruppo del laboratorio di scrittura funge da contenitore di vari aspetti che il paziente proprio per la sua problematica specifica non riesce a mostrare autonomamente.
La funzione di integrazione che è uno  degli aspetti fondamentali di questo spazio permette a questo tipo di paziente che adotta meccanismi di difesa arcaici e primitivi, come la scissione o l’identificazione proiettiva che tendono all’indeboli-mento della struttura dell’Io rendendolo vulnerabile e frammentandolo non permettendo al paziente di mettersi a contatto con certi parti di se che inevitabilmente fanno innalzare il tasso d’ansia a livelli troppo alti per permetterne  una gestione.
Questo causa l’utilizzo dei meccanismi sopra citati che impediscono al paziente di “prendersi cura” di queste parti malate.
Il laboratorio di scrittura permette loro di far attenuare questi meccanismi e nei migliori dei casi unificare o integrare quelle parti scisse e frammentate della loro personalità facendo in modo che il paziente possa riconoscerle, affrontarle e condividerle con un gruppo che come si è già detto vive problemi simili senza sentirsi il solo “portatore” di un male indefinito e ingovernabile.
Gli scritti variano tutti gli uni dagli altri: per la lunghezza, contenuto, forma, creatività, formalità, chiusura, frammentazione, incomprensibilità almeno apparente, ci sono quelli che hanno una capacita di comunibilità immediata dove il vissuto del paziente è sentito immediatamente da chi l’ascolta, altri formali e vuoti dove si percepisce la massiccia difesa psicotica e quindi scissa che fa provare all’ascoltatore un senso di stordimento e di disorientamento che difficilmente può essere superarabile senza uno sforzo interpretativo e di analisi del proprio controtrasfert.
I lavori  dovrebbero  essere visti come espressioni del loro incoscio, molti scritti  contengono un elaborazione primaria strettamente a contatto con i processi inconsci dove regna incontrastato il pensiero primario,  in alcuni scritti questo è prevalente, in questo caso si manifesta una incomprensibilità e illogicità, dove le parole i personaggi e i fatti   diventano molto concreti e immediati, tutto diventa difficilmente ancorabile ad una realtà attuale o facilmente individuabile.
Nella  maggior parte degli altri scritti sembra prevalere un elaborazione secondaria del materiale che il paziente porta nel laboratorio,  sembra utilizzare quei meccanismi di difesa che si notano nella formazioni dei sogni: spostamento, condensazione o l’inversione.
Ad esempio nel caso della condensazione vari aspetti del vissuto del paziente vengono raggruppati o appunto condensati in poche parole o periodi, ottenendo il risultato di rendere il tutto estremamente sintetico e nello stesso tempo criptico.
Nello spostamento si evidenzia invece nel modo in cui il paziente sposta ad esempio l’attenzione in personaggi che vivono nei suoi scritti che in realtà non rivestono poca o nessuna importanza, omettendo, nascondendo o svuotando quei contenuti (emozioni,vissuti,personaggi,fatti ecc.) importanti per lui, una cosa simili può  avvenire anche nell’inversione dove tutto viene scambiato nel suo contrario, ad esempio un aspetto cattivo o inaccettabile per il paziente viene rovesciato nel suo contrario.
Si è visto come uno scritto o un intervento possa a volte catturare tutta l’attenzione dell’intero gruppo, questo ci conduce ad una forma di “racconto efficace” dove tramite questo i pazienti sono portati quasi spontaneamente ad associare pensieri e fantasie.
Scrive Neri a tal proposito: “L’intero gruppo, utilizza il “racconto efficace” per il lavoro collettivo…..Raccontare in modo efficace non significa descrivere o rappresentare i pensieri e gli stati d’animo, ma fare in modo che essi entrino direttamente in interazione con le persone che ascoltano e con gli elementi presenti nel campo.
Si può dire che il racconto efficace possiede la stessa immediatezza e forza dell’azione riuscendo ad ottenere il risultato di “animare” i fatti narrati ponendoli all’interno della tarma dei pensieri del gruppo.
Scrive ancora Neri: “La possibilità del “racconto efficace” di tradursi in elementi di campo è basata sulla capacità di chi parla di identificarsi con il racconto e di comunicare quindi, con straordinaria capacità di parola, in modo autentico e animato, le proprie emozioni e i propri pensieri.”
Questo presuppone che la narrazione in questione vada oltre di quanto appartiene solamente al narratore, in quanto dovrebbe possedere oltre che il vissuto personale, anche le emozioni e le fantasie presenti in quel momento nel gruppo.
Continua Neri: “Soltanto se raccoglie il vissuto dell’intero gruppo, infatti, la narrazione risulta veramente aperta alla possibilità che gli altri partecipanti vivevano, oltre che la vicenda di chi parla, anche qualcosa che appartiene a loro”; grazie ha questa apertura i componenti del gruppo possono associare portando pensieri e fantasie.
Molti lavori come  abbiamo gia detto mostrano una evidente scissione  tra un contenuto ed un altro che rende estremamente difficile a chi lo ha scritto la relazione tra le due parti divise.
P. Pernotti dice che il gruppo si evidenzia anche come luogo in cui si depositano non soltanto le emozioni, gli affetti e i sentimenti, ma anche parti di sé che i pazienti vogliono allontanare.
Al “deposito da parte dei membri, corrisponderebbe un attiva cattura di questi elementi rifiutati da parte del gruppo, scrive Perrotti: “Il gruppo (per converso) capterebbe gli elementi di scissione degli individui e favorirebbe il formarsi di crisi psicotiche che risulterebbero scisse dalle parti normali della personalità”.
In questi casi il nostro intervento mira a facilitare o agevolare l’integrazione che il paziente per via del suo stato mentale di forte ansia non riesce a tollerare scindendole, i nostri interventi mirano ad un integrazione e sintesi di queste parti.
In molti casi avviene che il gruppo stesso, soprattutto alcuni elementi, riconosce questa scissione e agevola il nostro lavoro di integrazione di parti del Sè.
Quindi si può dire che uno degli aspetti più importanti di questo laboratorio, che per altro sottolinea anche la sua funzione terapeutica, è la capacita di metabolizzare l’ansia e l’angoscia, che in molti casi il paziente non è in grado di elaborare.
Il gruppo quindi disintossica la mente dell’individuo che soffre di eccessive tensioni che possono essersi accumulate occupando ogni spazio e impedendogli di pensare.
Il gruppo in se permette di attivare, come scrive Corrao, la funzione gamma (funzione di gruppo) che viene appunto attivata non dall’individuo ma dal gruppo, questa possiede la capacità del pensiero di gruppo di metabolizzare elementi sensoriali, tensioni e frammenti di emozioni che sono presenti all’interno del campo gruppalle.
Il gruppo favorisce anche un’esperienza di appartenenza, scrive Neri: “Il gruppo consente ai partecipanti un’esperienza di appartenenza, che è molto importante per la costruzione (o ricostruzione) del senso di Sé come persona che ha diritto a vivere e occupare uno spazio affettivo. Molti pazienti non hanno visto adeguatamente riconosciuto tale diritto nell’ambito della famiglia durante l’infanzia.”
Possiamo concludere costatando l’utilità della scrittura come strumento fondamentale per poter accedere nell’universo variegato, criptico e apparentemente indecifrabile dei pazienti psichiatrici.
La scrittura con il suo modo di manifestarsi semplice e diretto, dove con facilità il paziente riesce comunque a trovare una relazione con la parola, anche se breve e volte fugace, che gli permette di interagire con il mondo circostante in una modalità efficace e produttiva.
Dove l’individuo paziente può produrre un elemento comunque creativo, leggerlo e quindi condividerlo ed espanderlo, facendo in modo che queste lettere e parole possano essere comunque accettate, accolte, rese vive  e soprattutto ascoltate senza riserve. 
Noi conduttori crediamo di vivere  una esperienza fondamentale per la nostra crescita umana e professionale, abbiamo scoperto, a volte con sorpresa, un universo variegato dove le emozioni e purtroppo tassi altissimi di sofferenza producono aspetti in qualche modo creativi e pieni di profondità, dove le parole sono pietre.

Dott. Alessandro Delia


Atteggiamenti del giovane verso il lavoro (inizio pagina)

E’ molto importante capire che ci sono molti modi di essere “giovani senza lavoro”: se essere disoccupati ha un “costo” psicologico, data l’importanza sociale del lavoro,  allora è particolarmente importante studiare i legami tra la mancanza di un lavoro e l’identità personale, l’indipendenza economica, l’autostima..., anche se la disoccupazione produce conseguenze diverse nel mondo dei giovani: infatti non tutti i giovani, privi di un lavoro, presentano fenomeni di devianza, anche se sono proprio i giovani, che danno maggiore importanza al lavoro, a subire gli effetti negativi della mancanza di quest’ultimo.
Questo ci porta a considerare il ruolo degli  “atteggiamenti” verso il lavoro, atteggiamenti che possono “moderare”, modificando il rapporto tra disoccupazione e disagio sia in senso positivo che negativo. A questo riguardo, il disagio psicologico è minore tra i giovani disoccupati con un basso coinvolgimento verso il lavoro, mentre tra gli occupati, questo disagio psicologico è minore, quando si riscontra un notevole coinvolgimento.
L’atteggiamento verso il lavoro viene spesso considerato come facente parte del carattere e quindi poco modificabile: se questo può essere vero per giovani che non hanno mai avuto alcun lavoro, è senz’altro meno vero per giovani che con il lavoro hanno avuto qualche contatto. Nell’origine sociale di molti effetti  psicologici della disoccupazione, bisogna ricordare il legame tra disagio e  pressione verso la ricerca di un lavoro, pressione che,  proveniente dalla famiglia o da amici, provoca un forte disagio, se essa è di notevole entità.
Comunque, tale disagio psicologico è minore quando, nei momenti critici quali l’essere giù di morale, si riceve aiuto. Un altro aspetto da considerare è la durata del periodo di ricerca del lavoro: non è provato che, aumentando la durata della disoccupazione, aumenta il malessere psicologico, perché molto dipende dal contesto sociale ed economico: la disoccupazione oggi, essendo molto più diffusa di ieri, rende la condizione di giovane disoccupato più accettabile e così succede pure durante il periodo che inizia dalla fine degli studi, soprattutto se si continua a vivere in famiglia.
Quindi, non è la durata in sé dell’occupazione che deve essere considerata come condizione necessaria alla nascita di un disagio psicologico: infatti di fronte ad un uguale periodo trascorso in  disoccupazione, le differenze sono date dalla presenza o meno di figure di sostegno o dalle pressioni ricevute.
Si potrebbe anche notare che appare svantaggiato, chi è alla ricerca iniziale di un lavoro, perché non ancora in possesso delle particolari abilità necessarie per i colloqui di selezione. Perciò l’aspetto psicosociale della disoccupazione giovanile è molto complicato e viene ritenuto molto importante il controllo individuale sugli eventi, considerati o come risultato dei fattori esterni all’individuo o come causati dall’individuo stesso.
Anche se l’unica soluzione definitiva, quella di trovare un lavoro per tutti coloro che lo cercano, non appare realizzabile, è chiaro che non è giusto insistere sulle conseguenze psicologiche distruttive come depressione e devianza, con cui viene presentata alla società la disoccupazione giovanile, che in realtà non appare sempre con queste dimensioni così drammatiche.
Infatti non si deve parlare genericamente di disoccupazione, esistendo tra i giovani tante disoccupazioni diverse e altrettante forme diverse di disagio psicologico, causate dalla mancanza di lavoro, in relazione alle personali capacità di regolare i vari momenti verso o fuori l’attività lavorativa. È utile pure studiare la presenza di gruppi o categorie sociali ed il loro comportamento nel momento del passaggio dalla scuola al mondo del lavoro.
Quando il giovane mostra apatia nella ricerca di un lavoro, non è sempre per la scarsa attrattiva che il lavoro ha su di lui, ma ciò può essere conseguenza di una perdita o aspettativa di riuscire in questa ricerca. Nonostante i vari disagi psicologici provocati dalla mancanza di un lavoro possano intaccare le aspettative per il futuro o i rapporti familiari,  le persone appaiano capaci di mantenere vitali aspetti come la salute fisica o le amicizie.
Rispetto ai giovani occupati e ai coetanei che studiano, nei disoccupati si riscontra un minor benessere psicologico, come se essere senza lavoro assomigliasse a una condizione di stress psicosociale e questo perché nel lavoro il giovane vede un’occasione importante di dimostrare la  capacità di essere adulto, esprimendo la propria identità personale e sociale .
Da questo, risulta una condizione di tensione maggiore, soprattutto quando i soggetti dispongono di scarse risorse, hanno un’immagine di sé molto debole, subiscono forti pressioni familiari, si confrontano con persone socialmente inserite....... mentre meno incisivi, nell’aggravarsi di tale tensione, sono considerati la durata dell’inoccupazione, anche se a questo riguardo importanti sono le risorse personali, ed ancora l’avere o no un tipo di lavoro precario.
Quindi, il problema non sta tanto nella mancanza di lavoro quanto nel provare una condizione di incertezza e insicurezza nei riguardi del proprio futuro. Mancando occasioni lavorative, mancano pure stimoli ed occasioni per migliorare le attività personali, sia nell’organizzare il lavoro che nel relazionare con gli altri.
Gli effetti legati al fenomeno dell’inoccupazione giovanile non presentano comunque una gravità sistematica come quella riscontrata tra gli adulti o tra giovani emarginati socialmente. Purtroppo, a volte i giovani non mostrano esternamente i danni psicologici legati alla mancanza di lavoro anche se mettono in moto tutte le loro risorse cognitive, affettive e sociali nella ricerca di un lavoro, per cui forse, dopo l’ingresso stabile nel lavoro, tali giovani incontreranno nuove difficoltà, per tutte le energie che hanno speso precedentemente.

Dott. Delia Alessandro


Caratteristiche dei “disagi”
della disoccupazione (inizio pagina)

Si può generalmente affermare che essere disoccupati costa più che lavorare, in relazione ai costi psicologici del disoccupato, anche se questa affermazione non chiarisce bene la qualità del disagio legato alla disoccupazione e i vari fattori che lo determinano, poiché non si comprende bene di cosa sia fatto il disagio e come possano esserci differenze da soggetto a soggetto. Però bisogna pure dire che a volte non svolgere un lavoro faticoso o sgradito può avere effetti psicologici positivi ed essere sentito anche come un vantaggio.
In generale, la disoccupazione fa perdere ciò che per la maggior parte è l’unica fonte di guadagno economico e per questo, venendo meno tale fonte, si crea una situazione difficile sia materialmente sia psicologicamente, perché si è costretti a ridiscutere stili di vita e progetti per il futuro e anche il proprio status all’interno della famiglia, con notevoli difficoltà di conservare una giusta soddisfazione di sé. Infatti la posizione lavorativa e professionale che si ricopre, è uno degli indicatori più importanti della propria collocazione sociale, di grande rilevanza anche per l’identità sociale.
L’individuo, perdendo il lavoro, limita anche le sue interazioni sociali sia collegate al posto di lavoro sia legate in generale alla condizione di occupato, come i sindacati, con la possibilità di isolarsi.
Producendosi per questo un ulteriore effetto di svalorizzazione di sé, è certamente sgradevole appartenere al gruppo dei disoccupati, soprattutto nei paesi occidentali, dove solo l’uomo che lavora è accettato in modo pieno dalla società. Per capire la condizione problematica del disoccupato, basti pensare al conseguente cambiamento della routine quotidiana e dell’uso del tempo: appare lo stato di inerzia in cui si vede cadere il disoccupato. Warr, analizzando le attività quotidiane dopo la perdita del lavoro, ha descritto tali attività, quali “starsene seduti in poltrona” o “ascoltare la radio”. 
È anche risultato aumentato il tempo dedicato alla famiglia, ai piccoli lavori domestici, mentre è diminuito il tempo dedicato a spettacoli sportivi o al cinema.
Ci sono quindi diversi fattori per spiegare i diversi tipi di disagio psicologico, legati alla disoccupazione come il tenore di vita minacciato o ridimensionato, la crisi del proprio ruolo di lavoratore e delle interazioni sociali, il brusco venir meno di una solida organizzazione temporale delle proprie giornate, tutti fattori che possono chiaramente far diminuire la stima di sé. Talvolta si è notato anche un aumentato consumo di bevande alcoliche, con pesanti ripercussioni sia sul fisico  sia sulla psiche, con aggressività ed episodi confusionali; qualche soggetto ha manifestato per la prima volta in vita sua una crisi di tipo psicotico.
A questo riguardo, bisogna ricordare che spesso le aziende cercano di liberarsi proprio di quelle persone con un minore equilibrio psichico, anche se la perdita de lavoro si può considerare  fattore scatenante. Sono stati pure riscontrati casi gravi di disagio, come alcuni tentativi di suicidio, che spingono a riflettere sui possibili legami tra la condizione di precarietà lavorativa e una condotta suicidaria. Comunque, tale problema era già presente nel pioniere delle ricerche sull’autosoppressione, il sociologo Durkheim, secondo il quale la depressione economica può avere effetti negativi sulla condotta suicidaria di un soggetto.
Nelle ricerche sul suicidio e sul tentato suicidio, gli studi trasversali individuali, in cui si studiano gruppi limitati di individui, il suicidio tra i disoccupati psichiatrici è risultato superiore a quello tra i pazienti psichiatrici non disoccupati, con valori più alti fra gli uomini; ancora il suicidio tra i disoccupati è risultato di gran lunga superiore a qualsiasi altro gruppo di controllo. Anche se la disoccupazione non si può considerare l’unico fattore causale, è certamente uno dei più importanti fattori precipitanti in un grado precedente di “vulnerabilità” psicologica. Negli studi trasversali aggregati, in cui si esaminano grandi aree geografiche, non appare così legato il rapporto tra disoccupazione e suicidio sia per la relazione negativa tra zone geografiche con forte tasso di disoccupazione e numero di suicidi, sia per lo spostamento dei disoccupati da zone urbane verso zone dove è più facile trovare lavoro. Estendendo però lo studio della popolazione, con alcune variabili come il sesso e la classe sociale, si nota ancora, diminuendo il livello salariale  e soprattutto se il sesso è maschile, un aumento del suicidio tra i disoccupati.
Per quanto riguarda la durata della disoccupazione, si è notato che il disoccupato da più di un anno, corre un doppio rischio di tentato suicidio rispetto a chi lo è da meno di sei mesi; sembra quindi che la disoccupazione rappresenti un importante fattore eziologico e a tale riguardo possono essere d’aiuto gli studi trasversali individuali. Dalle ricerche si evidenzia che in molti tentati suicidi, è presente la condizione di disoccupazione ma, solo in pochi casi, tale condizione si può ritenere “causa primaria”. Anche se in modo diverso, la disoccupazione è sempre un elemento di rischio sia nel suicidio sia nel tentato suicidio: infatti, negli studi trasversali e in quelli longitudinali si è notato frequentemente uno stato di disoccupazione o di incertezza lavorativa tra chi si è ucciso o tra chi ha tentato di farlo, per cui è importante capire come la stato di disoccupazione possa essere un elemento di rischio suicidario. Infatti, si è già detto che molte persone perdono il proprio lavoro, perché più malate e quindi l’aumentato numero di suicidi o di tentati suicidi potrebbe essere legato più alle fragili condizioni di salute o anche al maggior uso di alcool che all’instabilità lavorativa.
Non si può alla fine trascurare la personalità dell’individuo, la cui “vulnerabilità” psicologica porta  a studiare anche l’ambiente familiare e le relazioni sociali ed affettive. Fra le caratteristiche che differenziano i disoccupati dagli occupati, è presente sia l’intensità dei sintomi depressivi sia la perdita della speranza, che dà anche un senso predittivo. Bisogna ancora  evidenziare alcune variabili cliniche e sociali, che possono aumentare il rischio suicidario nelle persone disoccupate che non sono sposate, che vivono fuori dalla famiglia, con disturbi della personalità, che abusano di alcool o che hanno spesso guai con la polizia.
La durata della disoccupazione, con un maggior rischio suicidario, è fortemente legata alla gravità della diagnosi psichiatrica e alla durata del trattamento con psicofarmaci. Si può concludere,  affermando decisamente che la differenza nella distribuzione del fenomeno tra i sessi è a favore di quello maschile. Ma mettendo da parte questi casi molto gravi di disagio legati all’essere disoccupati, in Warr, il diventare disoccupato è come una transizione di ruolo, da quello di lavoratore a uno del tutto diverso, con nuove caratteristiche che spesso sono spiacevoli e con cambiamenti che generano instabilità, perdita di controllo su di sé, necessità di reperire nuove abilità, oltre a porsi domande su se stessi. Le caratteristiche di questa transizione di ruolo si evidenziano nell’interazione tra i vari effetti psicosociali della perdita del lavoro già elencati: nel disoccupato, il ruolo sociale è più limitato rispetto a quello del lavoratore, con una diminuzione dei compiti da svolgere e con una modificazione dell’ambiente fisico circostante, quando il disoccupato si trova ad entrare nel territorio di altri: il marito che resta sempre a casa, come ricorda Warr.
In questo passaggio da lavoratore a disoccupato, più che la deprivazione bisogna evidenziare il cambiamento, osservando quale bilancio tra costi e benefici possa trarre il soggetto da quest‘ultimo, come il cambiamento nei ruoli sociali della famiglia, dove trascorrendo più tempo, può partecipare di più ai lavori domestici o cambiare il proprio rapporto con il coniuge con i figli o con i genitori.
I risultati di tale cambiamento sono legati alle risorse di cui dispone il soggetto sia nell’apprendimento di come affrontare la nuova situazione sia nelle varie ristrutturazioni cognitive, ma soprattutto perchè questo nuovo ruolo di disoccupato e i correlati cambiamenti in altri ruoli si trovano in un contesto di grande difficoltà, per cui possono originarsi i vissuti di instabilità e di impossibilità di programmare il proprio futuro.
Da quasi tutte le ricerche, risulta che è impossibile osservare un solo tipo di reazione alla disoccupazione, perché entrano in gioco molti fattori legati al contesto e alle persone coinvolte, per cui è di fondamentale importanza cercare di identificare i principali fattori e le tendenze del soggetto interessato nell’influire sul bilancio dei costi e dei benefici della loro condizione.


Il significato del “disoccupato”, oggi (inizio pagina)

A causa dei vari cambiamenti che ci sono stati nel mondo lavorativo in que­sti anni, la parola “disoccupazione” ha cambiato il senso originario, non si­gnificando più la stessa cosa e non descrivendo la medesima situazione.
Quello di disoccupato è uno stato,  cioè una condizione che viene accertata e certificata dagli enti ufficialmente preposti, ai fini di quantificazione stati­stica o di registrazione amministrativa.
Ma la figura del disoccupato non è soltanto questo, è anche uno status,  i cui attributi  e requisiti vengono stabiliti socialmente.
Quindi si può dire che la definizione sociale della disoccupazione  è solo implicita, perché non si basa sulle statistiche ma sui sentimenti, che si gene­rano intorno alla figura del disoccupato. Per questi motivi, tale definizione è veramente poco oggettiva, in quanto è influenzata sia dagli aspetti culturali sia da quelli legati allo status individuale e familiare dei soggetti. 
Possiamo affermare che raccogliere statisticamente i dati legati alla disoc­cupazione è una condizione necessaria ma che da sola non basta; per capire cosa offrano i dati e cosa nascondano, bisogna osservarli con gli occhi del sociale. Un aspetto fondamentale per definire lo status del disoccupato, na­turalmente è la mancanza di lavoro, aspetto necessario, ma non sufficiente: ad esso devono essere affiancati altri due aspetti, quali il bisogno oggettivo di quel lavoro (dal punto di vista del reddito, e a volte anche dalla gratifica­zione che da quel lavoro dipenderà); il secondo aspetto riguarda la volontà o disponibilità soggettiva ad accettarlo. 
Possiamo quindi constatare che la definizione sociale  della disoccupazione implica quindi due aspetti : il primo riguarda un giudizio di legittimità della richiesta di un bene oggi scarso, quale il lavoro, per cui maggiore è il biso­gno, tanto più la richiesta viene considerata legittima; il secondo aspetto implica un giudizio sulla responsabilità dello stato di disoccupazione: nel caso di una volontà  più scarsa, la responsabilità tenderebbe a spostarsi dalla società all’individuo, e viceversa.  
Solamente con l’assenza  oppure con la presenza di entrambi i requisiti, og­gettivo e soggettivo del  bisogno e della volontà, si può individuare una po­sizione univoca e classificabile con certezza. Bisogno e volontà sono due aspetti fondamentali per definire il vero disoccupato.
Da quello che finora abbiamo detto, si deduce che la definizione di disoc­cupato è molto complessa e articolata e non deve essere confusa con lo ste­reotipo del disoccupato; a differenza di quest’ultimo, tale definizione consi­dera diverse sfumature e  dà alla parola un significato non univoco. Gli stessi parametri di bisogno non devono essere considerati in senso assoluto, ma devono essere analizzati, tenendo conto dei connotati individuali e fa­miliari del soggetto: il soggetto può vivere in una famiglia numerosa oppure no, può essere figlio o padre, povero o anche agiato.
Tutto ciò influenza sia il bisogno che la volontà, ma non in maniera auto­matica. Ad esempio, un laureato che decide di rifiutare un lavoro di nettur­bino, non viene considerato per questo meno disoccupato; anzi, può essere considerato tale, se lo accetta. Ma, se chi non possiede un titolo di studio ri­fiuta lo stesso lavoro, subirà una disapprovazione sociale: il suo rifiuto verrà considerato come scarsa voglia di lavorare, la sua disoccupazione verrà in­terpretata come una scelta individuale, e non una responsabilità sociale. Da questo, possiamo capire come la rivelazione statistica da sola non basti, in quanto non tiene conto sia dell’evoluzione della struttura economica sia delle trasformazioni nella cultura e nei concetti sociali, uno dei quali è quello di disoccupazione.
La novità della disoccupazione odierna sta  nel fatto che si presentano sul mercato  categorie sociali, il cui  bisogno è relativo oltre che assoluto, ed i comportamenti non sono ormai interpretabili a prescindere da ciò.
La distinzione tra condizione di bisogno relativa e assoluta, rispettivamente nel senso di condizionata e di necessità, è molto importante oggi, per ri­uscire a comprendere sia la natura soggettiva della definizione sia la com­posizione sociale dell’aggregato.
Bisogna considerare i parametri del bisogno e della volontà in modo con­giunto. Non si può giudicare la volontà come meccanicamente dipendente dal bisogno. Ed è proprio grazie a questi mutevoli raccordi dei due parame­tri, e di entrambi con la mancanza di lavoro, che emergono le qualità e i di­versi aspetti della disoccupa-zione.
Bisogna comunque riconoscere che si è lontani da una definizione assoluta di disoccupazione, e che quindi si deve accettare una definizione relativa; in quanto, ad esempio, si può constatare che la disoccupazione, solo a volte considerata come completa inattività in ordine di tempo, non è sempre to­tale indigenza in termini di reddito e che inattività e indigenza si manife­stano in maniera diversa al Nord e al Sud.
Allo stato attuale si può constatare come uno dei maggiori cambiamenti della disoccupazione si riscontri nel fatto che essa  ormai riesce a colpire tutti gli strati sociali, anche i più elevati.


Identikit del tifoso Romanista e Laziale (inizio pagina)

La divisione netta che è bene evidenziata nella fede calcistica della capitale, ci può ricondurre ad un meccanismo di difesa molto arcaico, la scissione, difatti la città di Roma ha due squadre di calcio, la Roma e la Lazio, che militano entrambe ne massimo campionato Italiano, entrambe sono nate e si sono sviluppate a Roma, giocano nello stesso stadio, tutte questi aspetti fanno si che un processo di scissione deve essere messo in atto da chi decide di tifare per una o per l’altra squadra.
Questo comporta una netta separazione delle due tifoserie, che sono composte prevalentemente da cittadini romani, questa separazione si evidenzia in vari modi: ad esempio su i colori sociali, sugli slogan cerati per incoraggiare la propria squadra, sui settori dello stadio che le due tifoserie occupano, eccetera.
Il meccanismo della scissione può essere facilmente individuato quando due amici che hanno una fede calcistica opposta, si incontrano o per meglio dire si scontrano commentando o discutendo le gesta della propria squadra del cuore.
In questi frangenti può accadere che l’oggetto con cui si sta relazionando, l’amico, che nelle altre situazioni quotidiane è vissuto prevalenentemente come un oggetto buono, positivi, si scomponga diventando improvvisamente un oggetto cattivi, da attaccare e combattere.
Questo avviene soprattutto in alcune occasioni particolari, come ad esempio il derby stracittadino, in questo caso l’oggetto “amico” viene percepito come cattivo viene  attaccato con ingiurie, sberleffi e “sfottò”, e nei casi più estremi si può verificare il passaggio all’atto, con ferimenti a volte anche volti ad uccidere, ad annientare l’altro.
Quindi, ricapitolando, un oggetto buono, intero, in particolari occasioni, di ansia eccessiva, può essere scisso in due parti, una buona e una cattiva, e quest’ultimo oggetto può ricevere gli attacchi aggressivi.
Un altro meccanismo di difesa che possiamo riscontrare nella fede calcistica (romanista e laziale)  èl’identificazione proiettiva.
Questo si manifesta nella “teoria” dei tifoni romanisti, che si basa sul presupposto che il tifoso laziale appartenga alla categoria dei “burini” o dei “paesani”, mentre il romanista fa parte della categoria “cittadini” o “metropolitani”.
In questi si può ipotizzare che il romanista proietti, quella parte di se  paesana che con tutte le forze disconosce e rifiuta, sul tifoso laziale, che in verità ha una notevole rappresentanza di tifosi che vivono nella provincia romana (ma questo ovviamente non conferma la tesi romanista), ma che spesso collude con questa proiezione.


Freud II° Saggio sulla sessualità:
la sessualità infantile (inizio pagina)

Freud apre questo saggio con degli interrogativi; innanzitutto egli si domanda come mai la maggior parte degli autori, nelle loro trattazioni, abbia trascurato il periodo dell’infanzia, dando invece maggiormente risalto all’ereditarietà e all’influenza che questa può avere sulla vita dell’individuo.
Freud, invece, attribuisce un’importanza fondamentale al periodo dell’infanzia ed evidenzia come le rare volte in cui sembra essere presente, da parte di qualche autore, un interesse per l’infanzia, le pulsioni sessuali che in questo periodo si manifestano vengono considerate come fenomeni contrai alla regola e non come manifestazioni normali e regolari di un’attività sessuale presente già in questo periodo della vita del bambino.
Il tentativo di Freud di spiegare la trascuratezza per il periodo infantile è dato dall’ipotesi che ci sia un’amnesia, una sorta di dimenticanza del periodo che va fino ai 6-8 anni di vita, nonostante in questi anni il bambino viva forti emozioni e passioni, e sia già in grado di ricevere e riprodurre differenti stimoli dall’ambiente.
Freud sottolinea, poi, come le impressioni di questo periodo lascino tracce profonde nella vita psichica dell’individuo e siano fondamentali per il suo sviluppo.
Quindi, quello che viene ipotizzato, è che tali impressioni, apparentemente dimenticate, non vengono del tutto perse ma solo allontanate della coscienza.
Tale processo che va sotto il nome di rimozione era stato osservato da Freud anche nei casi d’isteria da lui trattati: egli collega l’amnesia infantile con quella isterica.
Ecco, quindi, un ulteriore punto di contatto che egli sottolinea, tra lo stato psichico del bambino e quello dello psiconevrotico: ciò che il bambino dimentica, allontanandolo, potrebbe essere messo in relazione, così come succede nell’isteria, con gli impulsi sessuali dell’infanzia, e ancora di più: non ci può essere amnesia isterica senza amnesia infantile.
Un altro grande interrogativo che pone Freud in queste pagine riguarda specificamente l’amnesia infantile.
Egli evidenza come il meccanismo che sta alla base di questa sorta di dimenticanza è da collegare a quegli impulsi sessuali che, durante il periodo infantile, vengono relegati nell’inconscio. Questi, venendo a costituire delle tracce mnesiche, richiamano poi, per comunanza associativa il materiale su cui, dalla sfera cosciente, agiscono le forze espulsive di rimozione.
Nelle pagine che seguono Freud ci accompagna, poi, attraverso la complessità dello sviluppo infantile, partendo dalla considerazione dell’esistenza di impulsi infantili presenti fin dalla nascita, i quali si sviluppano sempre di più, fino a subire un graduale smorzamento, per l’iniziale formazione di potenza psichiche, che più tardi si presenteranno come ostacoli, argini, per la pulsione sessuale.
Alla formazione di tali argini prende parte anche l’educazione, nella misura in cui questa si limita a favorire ciò che è organicamente predeterminato.
Tali impulsi sessuali infantili, durante il periodo di latenza, vengono così deviati verso mete non sessuali. Questo meccanismo di deviazione prende il nome di sublimazione.
Può accadere, però, come  Freud ci dice che la pulsione sessuale a volte sfugga alla sublimazione e irrompa, oppure in altri casi tale attività sessuale può essere presente per l’intero periodo della latenza e poi intensificarsi maggiormente con l’arrivo della pubertà.
Ci sembra interessante sottolineare che Freud usa per la seconda volta il termine sublimazione nelle sue comunicazioni pubbliche e questo indica come sia per lui una recente acquisizione, anche se per noi, oggi, il concetto è ormai di uso frequente.
Ma quali sono le manifestazioni della sessualità infantile?
Prima fra tutte Freud evidenzia il ciucciare, inteso come “succhiamento ritmicamente ripetuto con la bocca” dove è esclusa l’assunzione di cibo. Tale pulsione non si dirige verso altre persone ma si soddisfa sul proprio corpo, è autoerotica: il bambino inizia così a ciucciare il proprio dito, mentre magari afferra il lobo dell’orecchio suo o della madre, oppure si stimola il genitale.
Questa attività di suzione è determinata dalla ricerca di un piacere già sperimentato precedentemente e collegato al bisogno di nutrizione: il latte caldo esce dal seno materno e che il bimbo ciuccia stimola la bocca e gli procura un piacere sensuale che andrà poi a ricercare.
L’attività sessuale del bambino si appoggia, quindi, in un primo tempo ad una funzione che serve alla conservazione della vita e solo in seguito se ne rende indipendente, quando, cioè, con la comparsa dei denti il nutrimento non viene più solo succhiato ma anche masticato.
Il ciucciare, presente già nel poppante, può essere, quindi un’attività che viene perseguita fin negli anni della maturità per mantenersi addirittura tutta la vita.
Freud ci dice, però, che non tutti i bambini ciucciano: è da ipotizzare che vi arrivino quelli in cui l’importanza erogena della zona labiale è costituzionalmente rafforzata, e da adulti, sempre se non sopraggiunga la rimozione, potrebbero diventare grandi baciatori, o fumatori, o amanti del cibo.
Ecco allora che il ciucciare presenta le caratteristiche essenziali dell’attività sessuale infantile:

Partendo da quest’ultima affermazione saremo tentati di chiederci cos’è una zona erogena?
Ecco che Freud ci viene subito in aiuto e ci da una definizione di zona erogena come “zona delle pelle o mucosa nella quale stimolazioni di un certo tipo provocano una sensazione di piacere di qualità determinata”.
Di qualità determinata? Si, perché, come Freud ci spiega, ciò che è determina non è la zona del copro che viene colpita dallo stimolo, quanto la qualità dello stesso.
Esistono,infatti, zone erogene predestinate come ci dimostra l’esempio della suzione, ma lo stesso esempio, dice Freud, può mettere in luce come qualsiasi punto della pelle o della mucosa può assumersi le funzioni delle zone erogene, e per fare questo deve, necessariamente, avere una predisposizione a ciò.
Diciamo che il bambino, iniziando a ciucciare, cerca una punto della propria pelle e nell’incontrare una zona predestinata prova piacere, ma se la sua preferenza, accidentalmente, cade su un’altra zona, poi per abitudine andrà a ricercare quest’ultima, a cui ha accordato la sua preferenza.
Una situazione analogo si verifica nell’isteria, nelle quale le zone genitali sono state rimosse e altre zone del corpo si comportano come sei veri genitali, elevandosi al rango di zone erogene.
Nel bambino la stimolazione appropriata della zona erogena, scelta in un modo o nel’altro, e il conseguente piacere provato, costituiscono, secondo Freud, la meta sessuale delle pulsione infantile. Tali eccitamenti provenienti dalle varie fonti non si sono ancora riuniti ma perseguono ognuno, indipendentemente dall’altro, la propria meta, al ricerca del piacere appunto.
Il soddisfacimento che il bambino ricerca deve, quindi, essere stato provato in precedenza per lasciare il bisogno di essere ripetuto, questo si manifesta come uno specifico sentimento di tensione ed una contemporanea sensazione di stimolo nella zona erogena, quasi un prurito.
Tale stimolo,per essere eliminato, necessita di una altro stimolo che agisce sulla stessa zona, e il più delle  volte il secondo coincide con una manipolazione.
Anche la zona anale è appropriata per la sua posizione ad essere utilizzata come appoggio della sessualità ad altre funzioni del corpo, rappresentando fin dall’inizio una importante zona erogena.
I vari disturbi intestinali di cui soffrano i bambini utilizzano l’eccitabilità erogena della zona anale: poiché il piacere dovuto al passaggio delle feci è tanto maggiore quanto è la quantità di fece implicate, il bambino inizia a ritenere le masse fecali.
Il loro accularsi provoca nel bambino forti contrazioni muscolari dolorose e il loro passaggio attraverso l’ano, procura un forte stimolo sulla mucosa, che diventa piacere con l’espulsione.
Freud fa notare come alcuni comportamenti del bambino in questo periodo di vita, possano essere segni premonitori di eccentricità o nervosismo in età matura.
Ad esempio tutte le volte che un bambino si rifiuta in maniera ostinata di vuotare l’intestino perché la persona che ne ha cura lo vuole, manifesta la volontà di non perdere il piacere che accompagna la defecazione.

Il contenuto intestinale assume per il bambino vari significati: può essere trattato come una parte del proprio corpo, rappresentando il primo “regalo” che il bambino fa verso il proprio ambiente, quindi la sua docilità, ma può anche esprimere il proprio rifiuto e, quindi, la sfida del piccolo nei confronti dell’ambiente.
Questo regalo può assumere anche il significato di “bambino”, che seguendo una delle teorie sessuali infantili si ottiene  mangiando e viene partorito attraverso l’intestino.
Quindi, si può evidenziare come il bambino utilizzi la ritenzione delle masse fecali come stimolo masturbatorio della zona anale sia per entrare in relazione con le persone che si prendono cura di lui.
In riferimento  a ciò se esaminiamo l’apprezzamento che Freud, in una nota del1920, rivolge al lavoro di Lou Andreas Salomè (1916) perveniamo alla considerazione che il ambino impara, per la prima volta, che le sue pulsioni sono spesso in opposizione all’ambiente e che a volte bisogna rinunciare al proprio soddisfacimento, rimuovendole, per compiacere la volontà altrui.
Freud, andando avanti nel Saggio, parla della zona genitale e nota come questa non abbia importanza sin dall’inizio delle sviluppo della sessualità infantile, ma in futuro assumerà una rilevanza fondamentale per l’attività sessuale adulta.
Egli definisce le attività sessuali di questa zona erogena, che appartiene al genitale vero e proprio, come l’inizio della futura vita sessuale normale.
Sia nel maschio che nella femmina la minzione rappresenta lo stimolo principale di questa zona, a cui contribuiscono anche i lavaggi, le sfregature legate all’igiene e alcuni eccitamenti accidentali.
Tutti questi aspetti producono, in questa zona del corpo, una sensazione di piacere che il bambino percepisce fin dall’allattamento, risvegliando il lui un bisogno di ripetizione.
L’azione che procura il soddisfacimento nel bambino si ottiene mediante una fregamento attuato con la mano o con una pressione, che dovrebbe essere preformata in termini di riflesso, realizzata attraverso la mano o chiudendo strettamente le cosce. Quest’ultima attività è più frequente nelle femmine.
La presenza della mano, nella bambino, indica l’importanza che la pulsione di approvazione avrà nell’attività sessuale maschile.
Freud distingue tre fasi di masturbazione nell’età infantile: la prima risale all’epoca dell’allattamento, la seconda al breve sviluppo dell’attività sessuale, verso il quarto anno di vita, e l’ultima fase, la terza quella della pubertà, che è l’unica forma riconosciuta dalla società dell’epoca.
Il bambino, come Freud ha precedentemente evidenziato, scopre già al seno della madre la possibilità di trarre piacere dalla stimolazione manuale dei propri genitali, ma questa forma di piacere rimane una possibilità fra tante fino al quarto anno di vita, in cui si ha una seconda, breve fioritura di attività sessuale e i genitali diventano la zona erogena principale.
L’attività sessuale onanistica del lattante sembra, quindi, risvegliarsi intorno al quarto anno di vita e può continuare a svilupparsi per un certo lasso di tempo fino ad una nuova repressione, oppure proseguire ininterrottamente fino alla pubertà.
Freud ci dice che l’eccitamento sessuale della seconda fase onanistica si manifesta o come stimolo di sollecito che richiede un soddisfacimento masturbatorio, oppure, senza l’aiuto di un’azione, attraverso la polluzione.
Egli, inoltre, evidenzia come l’enuresi notturna possa corrispondere ad una polluzione, così come molte delle sofferenze della vescica, in quest’epoca, possono essere attribuibili a disturbi sessuali.
È importante sottolineare come questa seconda fase della masturbazione infantile lasci tracce molto profonde, decisive per lo sviluppo del carattere di un individuo, se questa, come  dice Freud, sarà sano o svilupperà un eventuale sintomatologia nevrotica dopo la pubertà.
Alla scoperta di questa zona e al rafforzamento del suo valore erogeno possono concorrere sia cause interne che esterne.
Abbiamo già visto come la minzione faccia scoprire al bambino la possibilità di trarre piacere da questa zona genitale, per l’afflusso di secrezioni atta a suscitare precocemente l’eccitamento sessuale oppure a causa dia alcuni eccitamenti accidentali quali la migrazione di vermi intestinali nelle bambine.
Tra le cause accidentali esterne spicca l’influenza della seduzione, da parte di adulti o di altri bambini: la madre, in particolar modo, nel curare, lavare e accudire il bambino, si trova spesso nella condizione di stimolare i suoi genitali, facendogli conoscere precocemente una sensazione di piacere che risveglia un bisogno di ripetizione.
In questa circostanza il bambino  viene trattato precocemente come oggetto sessuale e conosce il soddisfacimento dato dalle zone genitali, egli si troverà così costretto a ricercare il piacere che deriva da questa zona tramite l’atto masturbatorio.
È importante sottolineare, come lo stesso Freud fa nel testo, che non è necessaria la seduzione per far riprovare l’eccitamento sessuale al bambino, in quanto vi possono essere cause interne che determinano un risveglio spontaneo.
Tali cause interne riguardando qualche cosa di universalmente costituito: la predisposizione uniforme del bambino verso tutte le possibili perversioni, che può, quindi solo essere incentivata, ma non determinata, dall’influenza dell’atto  seduttivo.
Inoltre nel bambino possono facilmente manifestarsi tutte le stravaganze sessuali, in quanto non incontrano quegli argini psichici quali il pudore, il disgusto e la morale, che  sono  per lui ancora sconosciuti o in via di formazione.
Quindi, come Freud sottolinea, la seduzione fa conoscere precocemente al bambino l’oggetto sessuale, di cui la pulsione sessuale infantile, inizialmente, non sembra avere bisogno, essendo autoerotica.
Ma subito dopo Freud ci rammenta come si riscontrino alcune pulsioni che necessitano già, negli anni dell’infanzia, di altre persone come oggetti sessuali e che si presentano con una certa indipendenza dalle zone erogene: queste sono la pulsione di guardare e di esibirsi e la crudeltà.
Dalle ricerche di Freud sugli anni dell’infanzia emerge che la pulsione di guadare può presentano come manifestazione sessuale spontanea; inizialmente il piacere più grande del  bambino sarebbe nel guardare i propri genitali, prevalentemente durante l’atto masturbatorio, mentre successivamente egli sviluppa una particolare interesse per i genitali altrui, e poiché l’osservazione è più facile mentre l’oggetto di tale interesse esplica le funzioni escretorie, il bambino diventa un voyeur.
La curiosità di vedere i genitali di altre persone, che costituirebbero il corrispondente dell’inclinazione perversa dei bambini a denudare il proprio corpo in quanto privo di pudore, si manifesta, però, solo in anni successivi all’infanzia, quando si è già sviluppato la barriera del pudore, che si oppone al riemergere dell’esibizionismo.
Nella pulsione sessuale si può trovare anche una componente crudele, attribuita ad una pulsione di appropriazione che nasce spontaneamente nel bambino, in quanto non è ancora sviluppata in lui la capacità di compassione, che si forma relativamente tardi quando la pulsione di appropriazione viene inibita davanti al dolore altrui.
Il moto crudele si presenta nella vita sessuale in un tempo in cui i genitali non hanno ancora assunto la loro posteriore funzione. Freud, nel testo, ci mostra come i bambini crudeli verso animali o compagni di gioco potrebbero avere una attività sessuale intensa e prematura che parte dalle zone erogene.
L’esplorazione sessuale infantile che inizia a comparire dal terzo al quinto anno, è legata alla pulsione di sapere o di ricerca. Questa pulsione non è né una componente pulsionale elementare, né subordinata esclusivamente alla sessualità, ma lavora da una parte con l’energia del piacere di guardare e dall’altra rappresenta la sublimazione della pulsione di appropriazione.
Ciò che spinge il bambino verso l’attività esplorativa sono maggiormente gli interessi pratici piuttosto che teorici: il suo primo grande interrogativo è da dove vengono i bambini.
Tale interrogativo è connesso all’arrivo sperimentato o presunto di un nuovo bambino che lo “spodesterebbe” dalle attenzioni e dall’amore dei genitori. Il piccolo ricercatore formula varie teorie sulla nascita dei bambini: provengono dal petto, sono ritagliati dal corpo, escono dall’ombelico oppure dall’intestino dopo aver mangiato certe cose.
Un’altra teoria infantile sulla sessualità riguarda l’ipotesi che tutte le persone abbiano un genitale maschile. Questa convinzione è energicamente difesa dal maschio anche di fronte alle contraddizioni che gli capiterà di osservare, e sarà abbandonata solo dopo dure lotte interne.
Ma anche la bambina crede nella teoria secondo la quale anche lei, in origine, possedeva un pene andato perduto a causa dell’evirazione. Questo la porterà ad invidiare il pene e a desiderare di essere anche lei un maschio.
Freud ci dice poi come i bambini abbiano molta curiosità nei confronti del rapporto sessuale tra gli adulti e se, durante la loro esplorazione, ne divengono spettatori, lo concepiscono in modo sadico, come una specie di sopraffazione o maltrattamento.
Le indagini, le esplorazioni e le teorie infantili permettono al bambino una conoscenza ed un intendimento sessuale maggiore di quanto si pensi anche se vi sono due elementi a cui il bambino non riesce ad arrivare: la funzione fecondativa del  seme e l’esistenza dell’orifizio sessuale femminile, questi due elementi che restano ignoti procurano al bambino un’offesa della pulsione di sapere, che lo spinge alla rinuncia.
È necessario, comunque sottolineare come questa attività di ricerca, condotta in solitudine, costituisce il passo verso l’orientamento indipendente del bambino nel mondo ed incentiva il suo estraniamento dalle persone del suo ambiente. Freud evidenzia anche come esistono altre fonti della sessualità infantile, cioè tipi di stimolazione cutanea generale come gli eccitamenti da parte di scosse ritmiche e meccaniche del copro.
Alcuni esempi riportati sono il gioco dell’altalena e il farsi buttare in alto, il cullare e le scosse dei viaggi in treno. Tutte queste attività procurano piacere. In età adulta, però, con il sopraggiungere della rimozione, tali fonti di eccitazione potrebbero essere trasformate nel loro opposto.
Anche l’attività muscolare potrebbe essere in relazione con la sessualità: Freud ci dice come le baruffe fra compagni di gioco possano essere fonti di eccitamento sessuale, e come ci potrebbe essere una connessione tra l’eccitamento sessuale determinato dall’attività muscolare nello sviluppo e una della radici della pulsione sadica.
Infine altre fonti indirette dell’eccitamento sessuale del bambino riguardano i processi affettivi più intensi, tra cui l’angoscia di essere esaminati a scuola, la tensione per un compito ed anche affetti più spiacevoli quali il raccapriccio e l’orrore.
Per chiudere possiamo notare come tutti questi aspetti prima menzionati sono in grado di provocare, direttamente e indirettamente, l’eccitamento sessuale in tutti gli individui, ma non nella stessa misura, cioè con la stessa intensità, perché questo dipende dalla differente costituzione sessuale di ognuno.

Dott. Delia Alessandro


La fine di una storia nell’era di internet (inizio pagina)

Una relazione che è nata in un mondo virtuale, che continua magari utilizzando prevalentemente uno spazio virtuale, non centrato sul reale, non può che generare un addio virtuale.
Le relazioni reali e autentiche nella vita di tutti i giorni, anche fuori dal rapporto di coppia, sono sempre più rare e difficili. Questa società moderna va veloce, forse troppo, e lo sviluppo tecnologico non si è evoluto insieme con lo sviluppo emotivo e del pensiero; lo ha lasciato indietro e guadagna sempre più metri.
Il mondo virtuale, tecnologico, può dare artificialmente la sensazione che tutto sia possibile senza sforzi o sensazioni di perdita. Come se, tramite questo canale, si possa tagliare fuori tutto quello che di spiacevole ci può essere dentro un addio, rendendo tutto semplice e immediato come un click.
Tutto ciò, pone una distanza dal proprio mondo interiore, aggravando questo processo di separazione, che dovrebbe essere presente dentro ogni addio, non riconoscendo con chiarezza quello che si prova e si desidera.
I canali virtuali, veloci e rapidissimi, bruciando i tempi naturali delle cose, mettono in fumo anche i sentimenti e le emozioni più elementari, costruendo e distruggendo relazioni, come se fosse tutto un gioco o un reality.
Il mondo virtuale favorisce quel salto da una parte all’altra, da una relazione ad un’altra, lasciando in mezzo, però, un buco esperienziale, esperienza invece neces­saria per la crescita di ogni persona.
Lasciarsi, dirsi addio, comporta l’attraversamento di un piccolo lutto, si perde per sempre una relazione significativa e quello che ha rappresentato per la persona, che l’ha vissuta in un determinato periodo della sua vita.
La capacità di elaborare questo lutto diventa più difficile, se la persona che l’affronta, ha dentro di sé dei lutti antichi, ancora mai approfonditi.
Ad esempio, una persona può avere difficoltà a chiudere un storia che si trascina da tempo, come una zavorra immobilizzante, perché vede nell’altro quelle fragilità e debolezze, che invece appartengono a lei; questi aspetti non riconosciuti portano a pensare che la storia non può finire, perché altrimenti l’altro non reggerebbe la sofferenza e il dolore causato da quest’addio, pensando così di proteggerlo, ma in realtà non si fa altro che proteggere la propria parte più fragile e vulnerabile.
Questo fa bloccare tutto, e si rimanderà la decisione affidandosi ad un evento esterno, magari apparentemente casuale, che deciderà la fine di una storia.
Per non fare soffrire il partner, chi dice addio dovrebbe mettere in gioco la parte più autentica di se stesso, avendo anche la capacità di trasmetterla all’altro, non recitando il personaggio preconfezionato e magari anche socialmente accettato, che dice addio, afflitto da stati malinconici, da sensi di colpa inconsolabili o da un furore rivendicativo e rabbioso; dovrebbe, invece, cercare, nel modo più semplice possibile, le cause, che l’hanno portato a questa drastica decisione. Ma questo presuppone che la persona, che dice addio, abbia fatto in precedenza e in solitudine, un lavoro non facile di raccolta consapevole delle cause e dei motivi per cui quella relazione non può più funzionare; solo così essa riesce a dare all’altro la possibilità di accoglierli, di sentire che tutto quello che sta ascoltando, anche se difficile e doloroso per la persona che lascia è semplicemente vero, e può così  confrontare anche i propri sentimenti, sebbene questi ultimi siano ancora carichi di sofferenza.
Il separarsi in maniera chiara e reale, favorisce l’avvio di quel processo di lutto,  necessario e fondamentale, che dovrebbe avvenire in ogni addio.
In questo processo, la coppia dovrebbe necessariamente affrontare tutti quegli aspet­ti, positivi e negativi, che hanno vissuto e condiviso all’interno della loro relazione, affrontandoli separatamente ed elaborandoli in maniera individuale, mantenendo quelle particolarità ed unicità, che ogni persona possiede, elaborando gli aspetti di coppia vissuti e persi e le interazioni, che si sono formate con le proprie esperienze analoghe vissute nel proprio passato.
Alla fine di un processo di lutto elaborato adeguatamente, nella persona, si forma  quello spazio necessario per ospitare e accogliere, nel migliore dei modi, una nuova relazione, e contemporaneamente, essa può anche attingere all’esperienza della sua storia precedente, alle sensazioni e ai ricordi, che l’hanno aiutato nella sua crescita emotiva.
Un addio non elaborato e affrontato solo in maniera superficiale, può lasciare all’interno della persona, delle scorie, che molte volte non vengono percepite coscientemente, ma che creano dei blocchi, degli intralci, che impediscono di mettere in gioco quella disponibilità emotiva, necessaria per costruire una nuova relazione, o magari per iniziarne un’altra, senza ricalcare gli errori e i limiti che hanno connotato la precedente, compromettendo negativamente la nuova storia che sta per nascere.
In un addio con l’altro, si dovrebbe essere chiari e decisi, ma questo però presuppone un necessario e obbligatorio processo di chiarezza e consapevolezza con i propri sentimenti; se questo manca, molto probabilmente, non si riusciranno a trasmettere all’altro, i motivi sinceri di un addio.
Si dovrebbe anche accettare di confrontarsi realmente con l’altro, senza utilizzare filtri virtuali o terze persone, assumendosi il difficile compito di tollerare e contenere tutto quello che può scaturire da un addio, evitando di percorrere quelle vie che in quel momento possono apparire come buoni o facili aiuti, ma che poi con il tempo, lasciano dentro la persona, degli strascichi irrisolti, che potrebbero intaccare l’instaurasi di nuove relazioni.
Non si dovrebbe respingere l’inevitabile sofferenza, che un addio comporta, sofferenza di chi lascia e di chi viene lasciato. Ma se questa viene accolta e magari condivisa, potrebbe far scaturire quell’attività di pensiero, necessaria per creare uno spazio nuovo ed inedito dentro i protagonisti di quell’addio, dando magari un nuovo significato alla loro relazione, o trasformandola in qualcosa di diverso, creando un rinnovato campo di condivisione.
Non si dovrebbe aspettare che un evento fortuito o casuale, possa dare quell’impulso decisivo per chiudere per sempre un storia che non va.
Bisognerebbe sentire di essere il principale protagonista di questa scelta, per arriva­re al giorno dell’addio con la giusta sicurezza e consapevolezza, così da poter esporre le proprie ragioni nella maniera più efficace possibile, senza lasciare quei punti d’ombra e quelle ambiguità, che possano causare nell’altro risentimenti e sofferenze evitabili.


Il bambino e le parolacce (inizio pagina)

Il bambino è colpito da quello che una parolaccia suscita quando viene detta. La può sentire casualmente in una discussione fra adulti, in Tv, da un altro  bambino più grande o anche dai genitori o dai fratelli. Il bambino possiede la capacità di percepire subito che quella parola mai  sentita fino ad ora contiene un significato particolare, che fa reagire sia la  persona che l’ascolta sia quella che la pronuncia in maniera diversa, a volte  allusiva, altre volte con ironia o con rabbia.
Ma comunque l’emozione che suscita una parolaccia è sempre qualcosa di forte a  livello emotivo, che si distingue da altre parole più comune e tiepide. La ragione per cui un bambino decide di fare sua e utilizzare una parolaccia può avere varie origini. Si può partire da un meccanismo imitativo, da una sperimentazione di una nuova parola che può aggiungere al suo vocabolario in continua crescita ed evoluzione. Ma questo non basta a spiegare l’utilizzo delle parolacce, l’aspetto emotivo riveste un ruolo molto importante. Il bambino coglie subito che quella parola fa reagire gli adulti che l’ascoltano in maniera emotivamente forte, con meraviglia e stupore, con imbarazzo e a volte con una reazione istintiva di repressione e condanna. Quindi sa che ripetendola commette una trasgressione, qualcosa che non gli è permesso fare. E questo lo colpisce facendogli memorizzare con più forza una parolaccia piuttosto che un’altra parola di uso più comune e consentito; lo spinge a ripeterla, a rompere quel tabù che sente presente dentro quella determinata parola.
Bisogna aggiungere che molte delle parolacce che il bambino ripetere hanno un collegamento più o meno diretto con la sessualità o con gli organi sessuali. Questo spinge il bambino a cercare di entrare di più con la sua curiosità verso la sessualità adulta, a trovare una spiegazione, a creare un significato su quello che sente come un mondo esclusivamente adulto da cui lui è tagliato fuori.
Questa curiosità innata verso qualcosa di sconosciuto, di proibito, porterà il bambino ad insistere per trovare una spiegazione che lo soddisfi, che gli aggiunga qualcosa alla sua visone del mondo che fino a quel momento si è fatto. Quindi un atteggiamento repressivo e colpevolizzante da parte dell’adulto viene vissuto dal bambino come qualcosa di frustrante e non comprensibile. In quanto il bambino non capisce perché la sua sete di sapere deve essere repressa in maniera così netta da una figura di riferimento cosi importante per lui. Potrebbe quindi forzare la mano, ripetere più volte la parola proibita, oppure metterla da parte sentendosi colpevole di un reato che non comprende, e sentendo di arrestare bruscamente la sua crescita emotiva e intellettiva.
Un adulto dovrebbe avere la capacità di accettare l’imbarazzo, la rabbia o la sorpresa che può provare quando sente pronunciare una parolaccia da un bambino. Dovrebbe cercare di spiegare al bambino cosa significa quella parolaccia, che è sconveniente utilizzare in quella maniera, che chi la utilizza lo fa per determinate ragioni (rabbia, delusione ecc.), magari si può anche cercare insieme con il bambino una parola consentita che può sostituire quella 
parolaccia, ad esempio per esprimere la sua collera o il suo dispiacere. In tutti i casi l’adulto dovrebbe sforzarsi di non dare un rimprovero muto, ma di spiegare il significato della parolaccia ed i motivi per cui quest’ultima non è da  pronunciare.


L'importanza delle fiabe
per la crescita del bambino (inizio pagina)

L’importante ruolo delle fiabe per il bambino, è quello di aiutarlo a dare un significato alla sua vita.
Le fiabe aiutano questa crescita in quanto favoriscono con i loro contenuti, lo svilupparsi in maniera creativa di vari contesti e personaggi.
Le fiabe stimolano l’immaginazione del bambino, danno quel contenitore necessario per permettere al bambino di sperimentarsi, immedesimandosi, utilizzando la propria immaginazione, sentendo le emozioni; questo gli permettere di avere attraverso tutti questi elementi un accesso privilegiato ad un significato più profondo di se stesso.
La Fiaba al suo interno tratta vari argomenti e mette in situazioni diverse e variegate i suoi protagonisti.
Le fiabe permettono, anche attraverso il loro contenuto, di vivere con la propria immaginazione, realtà troppo difficili da poter affrontare nella vita reale.
In particolare nelle fiabe classiche, al contrario di quelle più moderne dove si tende ad evitare di manifestare chiaramente emozioni sgradevoli, si mettono in scena molti comportamenti umani e contesti, sia positivi o buoni, sia cattivi e negativi.
Questo permette al bambino di avvicinarsi alla complessità della vita reale ed adulta, il bambino lo fa gradualmente, utilizzando la fantasia e l’immaginazione.
Negli aspetti negativi rientra l’argomento dell’orfano, in questo caso il bambino può avvicinarsi alla perdita, alla separazione con delle figure fondamentali e all’angoscia della morte.
Questi aspetti negativi legati all’essere orfano, in alcune fiabe sono rappresentati con molta chiarezza e serietà, permettendo al bambino di capirli bene e definendoli rispetto ad altre emozioni simili.
Il bambino nelle fiabe sceglie liberamente cosa prendere e in che maniera,  a secondo dello sviluppo emotivo raggiunto in quel momento e al periodo che sta vivendo. 
Questo, insieme con il lieto fine della favola, gli permette di modulare l’ansia dell’immaginarsi un orfano, di comprendere e sentire alcuni aspetti inediti della propria personalità, e di superarli magari immedesimandosi con una situazione o un personaggio positivi della fiaba.
Tutto questo riveste una importanza principale per il bambino in quanto gli permette di avvicinarsi e superare da solo le proprie angosce, e di avviare il lungo e complicato processo del proprio sviluppo emozionale.
La mancanza di un lieto fine può rendere più difficile l’elaborazione degli aspetti più angosciosi da parte del bambino, dandogli meno fiducia sul superamento delle difficoltà che attraversa in quel momento della sua vita.
L’adulto che lo segue dovrebbe evitare di dare troppe spiegazioni al bambino, di svelargli cosa una determinata fiaba vuole trasmettere, di sostituirsi al bambino; invece dovrebbe permettere a quest’ultimo di farlo da solo e di fargli scegliere il modo più adatto a lui in quel momento, facendogli sentire però la sua presenza in maniera discreta e partecipativa.
Il genitore può anche partecipare alla visione del dvd, ma questo potrebbe essere sostituito invece dalla partecipazione più attiva del genitore.
Questo potrebbe avvenire raccontando la fiaba, piuttosto che leggerla, al proprio figlio. Condividendo con lui oltre che il contenuto del racconto, soprattutto l’aspetto emotivo che è presente nella fiaba.
Tutto questo può avvenire con più facilità e con maggiore empatia, se il genitore sceglie una fiaba rimastagli fortemente impressa da bambino al livello emotivo, questa modalità potrebbe portare ad una maggiore interazione fra genitore e figlio, dove ognuno dei due partecipanti può aggiungere liberamente un pezzo alla storia che stanno condividendo.
Il racconto di una fiaba rispetto alla visione di un dvd, permette al bambino di giocare maggiormente con la propria immaginazione, non dovendo accettare passivamente l’immagine del contesto e dei personaggi, creata in precedenza da altri.
Per quanto riguarda le fiabe da consigliare, mi limiterei a dire che ogni bambino sceglie e prende da ogni fiaba, quello che la sua mente può permettersi in quel determinato momento, eliminando e sfumando quegli elementi che in quel preciso periodo non sono ancora digeribili per lui.
Questo è uno dei motivi per cui un bambino vede diverse volte una fiaba in dvd, oppure se la fa raccontare. In quanto, mano a mano che il suo sviluppo emotivo procede ogni scena e situazione rappresentata nella fiaba, viene vissuta in modo diverso; questa ripetizione gli permette di elaborare e rielaborare contenuti che prima non era riuscito ad affrontare e maneggiare.

Dott. Delia Alessandro


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Dott. Delia Alessandro
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